Giornate Teologiche 1998: Quale progetto educativo?

G i o r n a t e    t e o l o g i c h e   1 9 9 8

QUALE PROGETTO EDUCATIVO?

 

Il Convegno si è proposto di affrontare la questione dell’educazione facendo particolare attenzione alle sue basi e alle sue finalità in una società sempre più pluralista. Qual è il senso della proposta di riforma Berlinguer? Quale può essere il significato di una scuola privata protestante?

Le GT su “Quale progetto educativo” si sono appena concluse e hanno registrato una buona partecipazione (150 circa).

Buone le relazioni di R. Mewton, fondatore di una scuola privata in Francia. Il convegno ha copme al solito prodotto del materiale, tra cui la “Lettera aperta al ministro” qui allegata.

Relatori:

Prof. Valerio Bernardi, Professore Liceo Scientifico, Collaboratore didattico Laterza, Bari.

Prof. Robert Mewton, Insegnante nella Scuola pubblica e fondatore di una scuola privata, Aix-en-Provence, Francia.

Prof. Elio Canale, Preside Liceo Europeo, Torre Pellice, Torino.

Prof. Antonio Brusa, Docente di didattica della storia, Università di Bari.

Lidia Goldoni (insegnante), Matteo Clemente (genitore), Pietro Bolognesi (teologo), Paola Grottoli (insegnante).

Nino Ciniello, coordinatore.

 

Lettera aperta al Ministro della Pubblica istruzione

Egregio Signor Ministro,

ogni epoca deve far fronte alla questione dell’educazione e lei ha mostrato notevole coraggio nel prendere di petto una questione che, per troppo tempo, era stata rinviata, o comunque affrontata in maniera non pienamente soddisfacente.

Come partecipanti alle “Giornate teologiche ’98” organizzate dall’IFED di Padova, riteniamo opportuno parteciparle le nostre osservazioni. Esse nascono da un percorso che ha visto, oltre al Convegno vero proprio, dei seminari di preparazione nei quali ci siamo interrogati sulla prospettiva che deve caratterizzare un serio lavoro educativo.

La possibilità di educare trova la sua ragion d’essere in un progetto che va sicuramente al di là della semplice volontà umana. Esso nasce dall’osservazione della bellezza, della ricchezza e della varietà del mondo creato e dalla sollecitazione (imperativo/invito) ad esplorarlo e ad amministrarlo. La realtà creata presentandosi come un’unità molteplice e differenziata, obbliga a riconoscere l’esistenza di una connessione complessa al proprio interno e a concepire l’indagine umana e l’educazione che ne deriva come qualcosa di unitario e omogeneo. Tanto la ricerca quanto la formazione non possono accontentarsi di nozioni isolate, ma devono mirare a riconoscere le connessioni tra le stesse discipline.

La formazione stessa degli studenti non può prescindere dall’integrazione tra sapere ed essere, perché il campo intellettuale e conoscitivo non può essere disgiunto da quello morale e civile. Inoltre ci si può chiedere se un’educazione che non tenga conto dell’unità della persona in tutte le sue espressioni abbia veramente raggiunto il suo obiettivo. L’invito a considerare il sapere nella sua fondamentale unità in vista della promozione della persona non deve quindi essere un riferimento ideale o peggio ancora demagogico, ma deve trovare la sua reale attuazione nelle specifiche scelte operative. Il compito educativo non deve essere la sommatoria di varie istanze, ma un progetto organico ed integrato.

Appare allora evidente che il sapere si colloca all’interno di una visione del mondo con inevitabili conseguenze sulle specifiche scelte educative, e non può essere vissuto in un vacum di idee, convinzioni e finalità. Anzi, rifiutare una tale consapevolezza, o negarne l’esistenza, significa crogiolarsi nell’utopia della neutralità e, peggio ancora, farsi promotori di una specifica visione del mondo a detrimento di altre.

Tutto questo obbliga a confrontarsi con la questione su chi ricada la responsabilità primaria dell’educazione. Bisogna allora sottolineare con forza che tale responsabilità ricade sulla famiglia stessa e che ogni ingerenza di istituzioni pubbliche, private o ecclesiastiche, costituirebbe un grave abuso. In campo educativo, i diritti e gli obblighi dei genitori nei confronti dei figli rimangono primari rispetto a qualunque altra istituzione. Solo la libera delega, da parte della famiglia, accompagnata da una giusta applicazione del principio di sussidiarietà, può legittimare l’impegno delle istituzioni pubbliche o private. In questa prospettiva può essere utile dotare ogni famiglia di un bonus da usare per la realizzazione del proprio impegno educativo secondo le modalità che essa riterrà più opportuno adottare.

In questo contesto si colloca anche la questione dell’insegnamento religioso vero e proprio all’interno del curriculum scolastico. Attribuire allo Stato una responsabilità in questo campo significa anche obbligarlo ad attivare un regime di pari opportunità per ogni tipo di confessione all’interno del proprio ordinamento, non come si è verificato in Italia con l’istituzione discriminatoria dell’IRC. E’ chiaro però che un tale ipotetico procedimento farebbe gravare sullo Stato un compito che andrebbe molto al di là delle sue responsabilità. Lo Stato sarebbe in grado di precisare i caratteri di una confessione religiosa? Sarebbe facile distinguere una confessione religiosa vera e propria da una particolare ideologia? Sarebbe proprio dello Stato retribuire gli insegnanti dell’insegnamento religioso o ideologico? Si capisce che simili questioni implicano tutta una serie di problemi di cui sarebbe perlomeno imprudente farne carico allo Stato. Molto meglio che ciascuna confessione sviluppi la propria attività informativa, catechetica e proselitistica secondo la propria concezione senza pretendere dallo Stato ciò che è di loro esclusiva competenza.

Ciò significa anche che si debba escludere l’idea di un insegnamento della Bibbia nella scuola di Stato come semplice fatto culturale e aconfessionale. Se la prima regola scientifica per comprendere la realtà è quella di lasciare che quest’ultima detti le regole per la propria indagine, diventa allora evidente che l’introduzione della Bibbia da studiare a prescindere da ogni atteggiamento confessionale contrasta con le affermazioni della Bibbia stessa che si presenta senza ambiguità come un testo religioso e confessionale vero e proprio, e che rifiuta ogni approccio neutrale. E anche per quel che concerne la possibilità di studiare il “fatto religioso” in sé e per sé, sarebbe opportuno che ciò avvenisse sollecitando gli organi confessionali a offrire il proprio contributo dall’esterno – e senza oneri per lo Stato – affinché lo studio appaia sempre come realmente è, un fatto religioso e non neutrale.

Egregio Signor Ministro, mentre la ringraziamo per la sua attenzione alla questione della scuola e la incoraggiamo a proseguire nella sua opera per una vera riforma del suo ordinamento che tenga maggiormente conto delle caratteristiche di un’autentica educazione, rimaniamo a sua disposizione per precisare ulteriormente i motivi della nostra iniziativa.

“Giornate teologiche ’98” IFED

Padova 19 settembre 1998

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