Supplemento Studi di teologia n. 14

Il post-umanesimo è l’ultima tappa, ancora in divenire e non ancora pienamente realizzata, di una lunga cavalcata nella storia dell’umanità volta a forzare, destrutturare e ricombinare i confini di ciò che è umano e la stessa definizione minima di ciò che ne costituisce lo zoccolo duro. Il senso ultimo del post-umanesimo è che ciò che è umano deve essere superato, lasciato alle spalle, sostituito da una nuova fase caratterizzata dall’oltrepassamento dei limiti attuali dell’umano e verso una nuova umanità sganciata dai limiti della precedente. Il post-umanesimo è visceralmente allergico a pensare all’umano come a qualcosa di già dato, già definito, solo da mantenere e prolungare. Esso è un’ideologia programmaticamente aperta a costruire qualcosa che ancora non c’è, che è tecnicamente possibile e che non assomiglia più a ciò che è. E’ postumano, appunto[1]. La tecnologia applicata nei più svariati ambiti è lo strumento per trasformare l’immaginazione postumana dei romanzi fantascientifici nella condizione postumana indifferenziata rispetto alla sovranità della tecnica.

Da un lato, l’umano si è caratterizzato nei millenni come portatore di una dotazione di base (biologica, sessuale, corporale, religiosa, culturale, morale) che ne ha segnato i connotati dandogli una relativa stabilità, una certa riconoscibilità pur in mezzo a mille variabili e una notevole capacità riproduttiva trans-generazionale, pur nell’orizzonte certo della morte biologica. Per molto tempo tali caratteri permanenti sono stati accettati come intrinsecamente appartenenti all’umano e presidiati da un innato senso della distinzione tra ciò che è umano e ciò che non lo è. Ciò non ha precluso, anzi, la continua ricerca di migliorare le condizioni di vita. Nella narrazione biblica, l’umano è distinto dal resto della creazione pur essendone parte integrante (Genesi 1-2). In ogni caso, è stabilmente riconoscibile rispetto al resto. L’uomo e la donna sono essere umani in mezzo ad altre creature viventi distinte da loro e nel contesto della creazione intera. Sono parte del mondo e sono diversi in quanto umani. Hanno una configurazione antropologica che, dall’inizio e in avanti, li caratterizza in modo unico.

D’altro lato, l’umano è sempre stato un tema malleabile, un’identità in divenire e oggetto di interventi continui sulle condizioni dell’umano stesso. La cultura umana è da subito diventata simbiotica rispetto alla natura allargando i propri spazi nel senso di fornire un’estensione delle possibilità dell’umano naturale. Non è mai esistito un modo uniforme, statico e standardizzato di umanità. Essa si è sempre presentata con evidenti tratti di versatilità e in perenne assetto di adattamento e di variazione rispetto all’esistente. Nella storia biblica, il numero degli anni della vita umana varia considerevolmente nel corso delle generazioni (cfr., ad esempio, Genesi 11 e Salmo 90) e le condizioni materiali della vita si modificano rispetto all’ambiente circostante e alla storia in divenire. L’umanità non è un dato rigido, fisso. Pur essendo iscritto costitutivamente nella creatura umana, esso è parte del viaggio avventuroso alla scoperta di vari modi di vivere la vita. Nella visione cristiana, la cultura non è necessariamente un’intrusione indebita in una sfera di pertinenza del Creatore, ma la risposta ad una vocazione predisposta dallo stesso Creatore di vivere creativamente, amministrare il mondo e trasmettere la vita. E’ quando la cultura si pensa come una variabile indipendente rispetto al Creatore e pretende di rimpiazzarlo con un simulacro idolatrico che diventa portatrice di un progetto pericoloso in quanto disumanizzante.

Al di là delle sue rappresentazioni fantascientifiche, il post-umanesimo si presenta come una vera e propria ideologia volta a dichiarare finita l’umanità nei suoi tratti riconoscibili ancorché malleabili. Spinge per congedarsi dall’uomo “sapiens” per introdurre l’era dell’uomo “tecno-sapiens”[2]. Spinge per far fare quel salto evolutivo che introduce ad una nuova umanità[3]. Con un’immagine tragicamente evocativa, il post-umanesimo sembra voler attuare il “furto dell’anima”[4], togliere ciò che è propriamente umano e rimpiazzarlo con un immaginifico nuovo uomo che non è più un uomo. A ben vedere, però, l’ideologia postumana non sfiora solo l’anima, ma anche il corpo umano. Esso è considerato una mera protesi di cui si può fare a meno sostituendola con un altro supporto corporeo, aumentato e potenziato al punto da non essere più configurabile come semplicemente umano. Siamo in presenza di una natura umana altra[5], rispetto a quella riconoscibile ed elastica che abbiamo conosciuto per millenni. Al di là delle buone intenzioni e delle letture superficialmente ottimistiche, si tratta quindi di un processo di disumanizzazione dell’uomo? L’ironia tragica è che il potenziamento dell’umano per via tecnologica può diventare una degradazione dello stesso, una perdita di umanità, un’introduzione di un deficit regressivo che destabilizza l’umano al ribasso.

Non sorprende registrare l’imbarazzo della cultura laica ed umanistica di fronte ai rischi del postumano. Anche secondo autorevoli osservatori che non possono essere tacciati di conservatorismo sociale o di tradizionalismo culturale, ciò che è in gioco è il “futuro della natura umana”[6]. Sappiamo a cosa andiamo incontro col postumano? Abbiamo laicamente calcolato i rischi oltre alle opportunità? Ci si rende conto dell’impatto sociale dell’ingresso di esseri “aumentati” in un mondo di “normali” residuali? Sappiamo prevedere le ricadute di una cultura in cui tutto ciò che tecnicamente possibile, deve essere anche fruibile? Che dire dei criteri di uguaglianza e di pari opportunità? Curioso è che questo umanesimo laico che prima ha spostato l’assoluto dal Dio rivelato all’uomo autonomo, oggi si trova di fronte all’autonomia sfuggita di mano verso destinazioni inquietanti. Il post-umanesimo è la dimostrazione che l’autonomia nelle mani della tecnologia può diventare un idolo impazzito.

Cristianamente parlando, il post-umanesimo è una forma tecnologicamente evoluta dell’antica eresia dello gnosticismo. Allora l’anima doveva essere liberata dal corpo mediante la sapienza iniziatica ad opera di un demiurgo semi-divino; ora si deve sostituire la protesi corporea con una migliorata affinché ci si liberi dai limiti della vecchia e si raggiunga una situazione radicalmente nuova mediante l’opera demiurgica della tecnologia. Allora, il cristianesimo, con limiti s’intende, rispose allo gnosticismo sottolineando la bontà del mondo creato nella consapevolezza della sua finitudine, la tragicità del peccato per tutta la vita, la realtà dell’incarnazione del Figlio di Dio nella persona di Gesù Cristo, l’estensione della salvezza a tutte le dimensioni della vita, la speranza certa nella resurrezione dei corpi e in nuovi cieli e nuova terra. Di fronte al nuovo gnosticismo postumano, la fede cristiana è chiamata a valorizzare la stessa visione biblica della vita rappresentandola nel vivo delle sfide poste dal post-umanesimo. Essa sarà all’altezza del compito se avrà investito nell’assimilazione delle fondamenta della visione cristiana del mondo: le dottrine bibliche che ne reggono l’impalcatura e la storia biblica che la racconta testimoniata da comunità di discepoli a tutto tondo che la vivono in una cultura conseguente. Se sarà una fede superficiale, settoriale, volatile, distratta, l’interazione cristiana sarà incapace di affrontare la forza dirompente del post-umanesimo e si limiterà ad apparire una forza appiattita sulla conservazione soltanto.

 

Si può dire che il confronto cristiano con il post-umanesimo sia appena iniziato. Siamo lieti di dare voce ad un pensiero che non vuole solo subire, che non si limita a sviluppare reazioni ansiogene, che non fugge la realtà verso il disimpegno qualunquista, ma che affronta la partita in corso con il senso di responsabilità iscritto nella vocazione cristiana.

[1] In questo fascicolo i termini “post-umanesimo” e “trans-umanesimo” saranno considerati sinonimi e non bisognosi di distinzioni tra loro.

[2] Devo questo riferimento a C. Christopher Hook, “Techno Sapiens. Nanothechnology, Cybernetics, Transhumanism and the Remaking of Humankind” in C.W. Colson – N.M. de S. Cameron (edd.), Human Dignity in the Biotech Century, Downers Grove, IVP 2004, pp. 75-97.

[3] Cfr. M. Paglia, “Il postumano: traguardo della genetica moderna?” in J. Tham e M. Losito (a cura di), Bioetica al futuro. Tecnicizzare l’uomo o umanizzare la tecnica?, Città del Vaticano, LEV 2010, pp. 245-259 e P. Haffner, “The impact of evolutionary theory on theological anthropology”, Anthropotes XIII/1 (1997) pp. 55-68.

[4] P. Barcellona – T. Garufi, Il furto dell’anima. La narrazione post-umana, Bari, Dedalo 2008.

[5] A. Aguti, “Post-umano, potenziamento dell’umano, natura umana”, Parole e Tempo 13 (2014) pp. 45-51.

[6] Jürgen Habermas, Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, Torino, Einaudi 2002.

Studi di teologia, Supplemento n. 14 (2016), Post-umanesimo

Introduzione

Y. Imbert, Il transumanesimo: una sfida antropologica per il XXI secolo

A. Piccirillo, Corpi malleabili, corpi perfezionati. I cyborg e la sfida del post-umano

L. De Chirico, Post-umanesimo, tecnica e visioni del mondo

Segnalazioni bibliografiche

Vita del CSEB