VERSO UNA BIOETICA MONDIALE?

A proposito della Dichiarazione sulla bioetica dell’UNESCO


Non ha suscitato grandi clamori l’approvazione della “Dichiarazione universale sulla bioetica e i diritti umani” da parte dell’UNESCO avvenuta lo scorso 19 ottobre. Eppure l’iniziativa ha una sua importanza soprattutto sul piano simbolico. Per la prima volta, infatti, un consesso mondiale e rappresentativo degli stati (l’UNESCO è l’organismo dell’ONU che si occupa di educazione, scienza e cultura) si è cimentato con la bioetica approvando un quadro di riferimento generale che non può essere trascurato. La Dichiarazione non ha valore vincolante per gli stati, ma può esercitare una certa influenza nei processi legislativi dei Paesi e nella discussione pubblica dei problemi etici. Il tono del documento è chiaramente generale e generico, anche se non è difficile scorgere un profilo minimo che lo contraddistingue.

Innanzi tutto, è da sottolineare il legame che viene stabilito tra la bioetica e i diritti umani. La Dichiarazione colloca la bioetica nel contesto dei diritti, più che in quello dei valori o delle leggi morali. Il documento si allinea alla tendenza degli ultimi decenni di innestare l’etica sul terreno dei diritti umani, lasciando poi aperto il dibattito su quale sia il fondamento dei diritti.

In secondo luogo, il vocabolario bioetico prescelto è quello kantiano della “dignità umana”, rispetto a quello cattolico della “santità della vita” o a quello laico della “qualità della vita”. Si tratta di una soluzione che, pur apprezzabile, non risolve di per sé i problemi in quanto la “dignità” va poi qualificata, cosa su cui la Dichiarazione rimane sfuggente. Ad ogni modo, il riferimento alla “dignità” spezza la polarizzazione tra le visioni assolutiste della sacralità e della qualità della vita e indica la necessità di mantenere viva la riflessione sui contenuti etici. La dignità umana va sia riconosciuta che costruita. Qui c’è un compito aperto per l’etica evangelica.

In terzo luogo, è significativo il riferimento alla priorità dell’individuo sugli interessi della scienza o della società (art. 3). Non si tratta di una gerarchia assoluta e statica, ma di una priorità che pone gli interessi e i bisogni degli individui sopra quelli della scienza e della società, pur non essendo insensibile alle istanze di queste ultime. In ogni caso, la scienza ha dei limiti che sono stabiliti dalla dignità delle persone.

Essendo la Dichiarazione frutto del negoziato e risultato di un compromesso tra posizioni diverse, non ci si stupirà di fronte ai suoi silenzi. Le questioni controverse dello statuto dell’embrione e della protezione della vita prenatale, ad esempio, non sono affrontate. Anche l’etica di fine vita è molto sfumata. Le visioni in campo sono così diverse da rendere impossibile la convergenza su enunciati chiaramente ed univocamente espressi. Come si diceva prima, la “dignità umana”, pur evocata, non è definita e pertanto rimane soggetta a conflitti interpretativi che la Dichiarazione non può risolvere e che ogni Paese è chiamato a affrontare.

Sui principi generali all’insegna della “dignità umana” vi può essere un consenso pressoché universale e la Dichiarazione dell’UNESCO lo registra abbastanza efficacemente. Questo è il suo valore e la sua importanza, ma anche il suo limite. Le ricadute bioetiche rimangono aperte e il proseguimento della discussione rimane una responsabilità degli stati, delle opinioni pubbliche e di tutti i soggetti interessati a far sì che la dignità umana sia promossa integralmente.

Leonardo De Chirico