La crisi di mammona

Nessuno sa con certezza se i massicci aiuti statali alle banche, i tentativi fatti per ammortizzare i colpi di un pauroso – e pressoché globale - crollo finanziario si riveleranno utili e sufficienti. Gli analisti più attenti (ad esempio P. Volker, economista della FED e commentatore del Wall Street Journal e M. Draghi governatore della Banca d’Italia) ricordano come i governi occidentali se vogliono hanno già tutti gli strumenti per rendere minimi i danni, mettere la parola fine al panico finanziario e sostenere una ripresa degli investimenti.

La crisi resta però imponente. Il confronto con gli anni trenta per molti è quasi naturale, anche se adesso la natura della crisi sta nella sua volatilità finanziaria e non nella sua difficoltà produttiva ed organizzativa (nel 1930 la depressione significava - almeno per gli USA - un tasso di disoccupazione molto alto - 25% - praticamente stabile per diverso tempo e una diminuzione sostenuta del PNL).

Cosa succede?

Per più di un decennio il mercato immobiliare è segnato da un innaturale ottimismo. Il prezzo medio delle case negli USA, ad esempio, è quasi raddoppiato in dieci anni (World Bank, PRG WP 4726). Allo stesso tempo è cresciuto vertiginosamente il mercato dei mutui e del credito al consumo. Nel 2006 e 2007 la bolla immobiliare inizia a sgonfiarsi. Nel frattempo cambia lo scenario economico, e nel 2008 un pauroso effetto domino sembra attivarsi. Non ci sono più soldi! Al punto che anche le banche falliscono. A raffica. Anche l’Italia ne è direttamente interessata. Uno studio di Nomisma stima infatti in oltre 7 miliardi di euro le “sofferenze immobiliari” nel 2008, con una quota che sale al 2,5% dell'ammontare complessivo dei mutui erogati. Le famiglie italiane affrontano una crescente difficoltà nel rispettare le scadenze. E se non ci sono altre risorse, l’inadempienza è l’unica via percorribile. Il fenomeno è pressoché generalizzato, e purtroppo non rappresenta solo la fine di un piacevole sogno piccolo borghese (la casa di proprietà) ma è l’incubo di un sistema che si ritrova costruito sul vuoto, o quasi. Siamo tutti in crisi.

E da questa crisi non usciremo soltanto più poveri ma grazie ad essa verranno profondamente cambiati molti dei paradigmi della nostra vita contemporanea. A condizione di riuscire a liberarci dall’illusione che solo il denaro è sufficiente per produrre altro denaro, che la crescita intensiva è l’unica alternativa, che l’economia virtuale è preferibile alla reale. A condizione di avere adesso il coraggio di riscoprire la centralità della produzione e del lavoro, dell’impresa e delle idee che funzionano, della politiche sostenibili e costruttive di benessere e di giustizia.

Dalla crisi si uscirà se avremo cioè il coraggio di ridiscutere non solo i dettagli e i delicati parametri del modello esistente, ma se mutando l’orizzonte riusciremo a realizzare una profonda riforma delle prospettive centrali del vivere sociale. Tre sono, in particolare, gli elementi centrali da considerare.

In primo luogo occorre ripensare gli attori, i soggetti reali, del sistema. E nel farlo dovremmo segnalare senza incertezze la centralità della dimensione relazionale, anche in economia. L’economia è relazione. E le sue crisi, i fallimenti, sono sempre distruzioni di fiducia. L’origine del problema infatti non sta nella scarsa“liquidità” del sistema. In molti paesi, tutti sono stati incoraggiati a comprare molto e a pagare dopo. Coloro che acquistavano case si fidavano delle banche e della loro capacità di continuare a produrre reddito. Le banche a loro volta si fidavano di loro. E il mercato premiava gli investimenti a favore coloro che si fidavano. Adesso, però, le imprese avvertono la pesante stretta creditizia, la fiducia non c’è più e i piani di investimento sono tagliati, i consumi ristagnano e presto assisteremo ad una caduta della stessa domanda aggregata. In poche parole, il circolo virtuoso della fiducia si è frantumato. Bisogna ricostruirlo, partendo dai soggetti reali e valorizzando la relazionalità e la responsabilità dell’agire economico.

In secondo luogo questa crisi rappresenta l’occasione per recuperare la dimensione contestuale, reale dei sistemi economici. Esistono infatti tre momenti essenziali in ogni architettura economica la cui interazione determina i livelli più o meno elevati di benessere e di sviluppo: a) la produzione di beni e servizi; b) la distribuzione delle risorse; c) il consumo. Pur in presenza di una forte spinta produttiva dell’occidente, per decenni il baricentro ideologico e le relative preoccupazioni sociali si sono interessati soprattutto del problema distributivo. La tensione tra pianificazione e mercato è stata importante e si è di fatto risolta con la colonizzazione globale della vita da parte del mercato e dei suoi principi. La crisi di mammona ci suggerisce però che probabilmente la scelta tra socialismo e mercato non era dopotutto così fondamentale. Se infatti riduciamo la politica e l’economia alla scelta tra due meccanismi distributivi, prima o poi ci renderemo conto che in realtà si tratta – come diceva già Agostino d’Ippona – tra scegliere due strade che comunque porteranno all’inferno (è l’oggetto del nostro amore, scriveva Agostino nella sua Città di Dio, che determina chi siamo, segnala la città dove dimoriamo e le preoccupazioni che coltiviamo).

Il problema distributivo è stato così depotenziato e allo stesso tempo però si è sviluppata un’attenzione - non solo ideologica – al consumo e ai suoi processi. Non mancano le critiche pungenti, in molti casi condivisibili, di come grazie alle logiche del consumo, le strutture economiche si siano riconfigurate come luoghi idolatrici, diffusive di un’infezione spirituale e morale che già Marx ha descritto molto bene parlando di feticismo delle merci. Tant’è che la cultura del consumo ha conquistato anche la finanza e i suoi strumenti. Un dato può aiutare a capire. Ed è quello di un insostenibile dualismo, di un disequilibrio preoccupante tra la “sfera reale” e la “sfera finanziaria”. Sembra infatti che poco più del 3% dei trasferimenti internazionali di denaro riguardino la compravendita di beni e servizi. Per il 97% dei casi si tratta di transazioni finanziarie (spesso speculative). Per anni la finanza è stata ancorata all’economia reale (produzione e consumo di merci) e si occupava di credito, titoli e trasferimenti di proprietà, valute e poc’altro. Mai ci saremmo aspettati di assistere ad una vera e propria esplosione incontrollabile dei flussi finanziari. Certo nessuna economia reale può crescere senza la presenza di un settore finanziario, ma quale sistema finanziario può, nel lungo periodo, fare a meno di una solida economia reale. La crisi forse metterà fine alla tendenza neognostica, dicotomica di un certo sistema.

In terzo luogo la crisi segnala la crisi normativa dell’agire economico. Chi ci dà il diritto di preoccuparci ed analizzare il comportamento delle banche? Come mai vorremo recuperare la dimensione delle responsabilità. In ogni tentativo di spiegazione di un problema sociale esiste sempre un presupposto che favorisce una qualche autorità superiore. Il rifiuto di confrontarsi con le implicazioni della giustizia, dell’oikonomia, conduce sempre ad accontentarsi di banali circolarità o di qualche comoda tautologia. Solo una prospettiva non riduzionistica (eteronoma) potrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi. Dopotutto l’opzione è sempre tra due tipi (alternativi) di fede. Un tipo di fede sottolinea l’autonomia dell’uomo e genera una visione meccanica e una fede sproporzionata nell’efficacia dei meccanismi. L’altro tipo di fede accetta il mondo come dato (eteronomia), da scoprire e lavorare con responsabilità e giustizia.

Questo spiega in parte la crisi di mammona. La finanza è diventata il motore della speranza del mondo intero, al punto che si sono sviluppate nuove forme di obbedienza ed attenzione ai “mercati”. Sono stati loro, dopotutto, per decenni a decidere i destini delle aziende e dei governi. In che modo farsi amici i mercati finanziari? Ecco la domanda che vale. Dopotutto rivela un profilo religioso che non possiamo più ignorare, anche perché adesso è meno mascherato.

Giuseppe Rizza

Centro studi di etica e bioetica

ifed@libero.it

30/10/2008