| Indice
del numero
- Introduzione
- John Bryant
– John Searle, “La vita nascente in discussione: questioni
introduttive”
- Leonardo
De Chirico, “L’embrione tra teologia ed etica”
- Scheda
Tipologie di personalismo a confronto sull’embrione
- tudio
critico
Matteo Clemente, L’impotenza dell'embrione
- Segnalazioni
bibliografiche
- Vita del
CSEB
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Introduzione
Da un punto
di vista biologico, l’embrione è il risultato dell’unione
del gamete femminile (cellula uovo) con il gamete maschile (spermatozoo)
da cui, in seguito ad una serie di passaggi, si sviluppa il feto fino
ad arrivare alla nascita del bambino. Se l’identità biologica
dell’embrione è un dato acquisito, diverso è il discorso
riguardante la sua identità antropologica. Il dibattito sullo statuto
dell’embrione è accesissimo, non solo in sede filosofica,
ma soprattutto in ambito bioetico. La questione è alquanto delicata
in quanto riguarda la possibilità o meno di disporre dell’embrione
per tutta una serie di pratiche legate alla fecondazione assistita o alla
ricerca genetica, tra cui: le tecniche di diagnosi pre-impiantatoria,
la ricerca sulle cellule staminali embrionali, la sorte degli embrioni
soprannumerari, la clonazione embrionale, ecc. Lo statuto che viene accordato
all’embrione legittima o meno la sua trattabilità in quanto
definisce la sfera morale dei suoi diritti e della sua tutela.
Il dibattito sullo statuto morale dell'embrione si è sviluppato
negli ultimi trent'anni, incalzato soprattutto da questi fattori:
- la discussione sull'aborto (vi può essere un conflitto d’interessi
tra adulto e feto);
- la diffusione della procreazione medicalmente assistita (la fecondazione
può seguire vie artificiali);
- il perfezionamento delle tecniche di clonazione (la riproduzione è
possibile senza la fecondazione);
- la ricerca sulle cellule staminali embrionali (la necessità di
materiale per la ricerca genetica).
Ognuno di questi sviluppi chiama in causa l'embrione e obbliga a riflettere
pubblicamente . La discussione non è affatto speculativa, ma eminentemente
pratica e implica un intreccio di questioni. Si tratta di descrivere la
realtà biologica dell’embrione (come si forma?); coglierne
il profilo etico (quale valore e dignità?); riconoscerne lo statuto
antropologico (è persona?); deciderne la tutela giuridica (quali
diritti?); stabilire le modalità della sua trattabilità
scientifica (quale utilizzo?).
Le opinioni sullo statuto dell’embrione divergono sensibilmente.
Tra le posizioni espresse, si possono individuare due poli di riferimento
che, anche in questo caso, riflettono gli orientamenti dell’etica
cattolica, da un lato, e di quella laica, dall’altro. La prima sostiene
a gran voce una posizione di tipo ‘sostanzialista’, mentre
la seconda difende generalmente una concezione di tipo ‘funzionalista’.
Anche in questo caso, la polarizzazione tra sostanzialisti e funzionalisti
non esaurisce il dibattito sulla questione. Al contrario, in un certo
senso, lo appiattisce a due posizioni che, per quanto individuino aspetti
importanti da tenere presenti, li estremizzano in chiave ontologica o
gradualista. Se il sostanzialismo postula un rigido quadro metafisico
e non tiene conto della dimensione dinamica dello sviluppo dell’embrione,
né dei diversi contesti in cui esso può trovarsi (utero,
laboratorio, in celle frigorifere, ecc.), il funzionalismo eleva criteri
del tutto soggettivi a elementi determinanti la dignità della vita
umana in formazione. Invece di divaricare l’aspetto normativo (lo
statuto ontologico) e quello situazionale (il divenire dell’embrione),
è necessario tenerli insieme per trovare una pista di riflessione
che rispetti l’uno e l’altro. L’essere umano non è
solo un dato biologico-ontologico, né semplicemente un divenire
funzionale. È anche questo, ma ci si deve interrogare se non sia
l’elemento relazionale a collegare lo status e la storia dell’uomo,
il suo essere e divenire. Egli è tale in quanto non possiede proprietà
ontologiche o svolge funzioni complesse, ma in quanto intrattiene relazioni
significative e coinvolgenti con sé, con gli altri, con il mondo,
ecc.
Dove porta la sottolineatura dello statuto relazionale dell’embrione?
Innanzi tutto, permette di considerare legittima la ricerca sugli embrioni
prima dell’impianto, fatta salva la cautela scientifica e la prudenza
morale di tale pratica. La trattabilità degli embrioni pre-impianto
non significa però l’avallo di un loro utilizzo moralmente
scriteriato. C’è la possibilità di individuare criteri
condivisi per una ricerca scientifica responsabile. In secondo luogo,
lo statuto relazionale dell’embrione impedisce di considerare gli
embrioni soprannumerari come essere umani dal momento che si trovano in
un contesto extra-uterino, privi di progetto vitale e senza alcuna possibilità
di sviluppare relazioni. Di qui, la loro eliminazione non rappresenta
un problema morale insormontabile. Dopo l’annidamento, invece, l’embrione
deve essere tutelato come se si trattasse di un essere umano ancora in
formazione, ma dotato della capacità fondamentale di stabilire
delle relazioni antropologicamente significative.
L’approccio relazionale corregge quello sostanzialista in quanto
non confonde il dato biologico dell’embrione con il suo statuto
ontologico di essere umano. Esso corregge anche quello funzionalista in
quanto individua un criterio scientificamente non arbitrario ed antropologicamente
plausibile per riconoscere responsabilmente la sua identità. È
ora che il dibattito bioetico si arricchisca di una voce diversa dal sostanzialismo
religioso e dal funzionalismo laico.
Leonardo
De Chirico
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