29/1/2003

LA GLOBALIZZAZIONE DOPO PORTO ALEGRE E DAVOS

Una riflessione evangelica.

Davos e Porto Alegre. Rappresentano due alternative, due visioni contrapposte. Davos è elegante, formale, riflessivo: è il luogo dove gli interessi si compongono, le idee si incontrano e le posizioni si mantengono. Fa freddo a Davos e anche le passioni e le idee sono - quanto meno - controllate, anzi sembra che riscaldino poco.

Porto Alegre è diverso, è affollato, pieno di idealismo, passioni e proteste. Qui è facile incontrare gli zeloti dell'idealismo, circondati da slogan e semplificazioni. L'atmosfera è più quella di un carnevale che di un Summit. La protesta è educata, solidale, composta e gioiosa. Sono in tanti a Porto Alegre, centinaia di migliaia.  Davos e Porto Alegre sono accomunati dal tema: la globalizzazione, la giustizia, il futuro del pianeta e la pace. Sono eventi politici e mediatici che stimolano la riflessione.

Porto Alegre, in particolare, rappresenta un momento importante della crescente consapevolezza di tutti quei movimenti che si oppongono agli effetti della globalizzazione. Molti di loro pensano che l'agenda politica ed economica negli ultimi decenni sia di fatto dominata dal neo-liberismo che ha prodotto effetti disastrosi per l'intero pianeta in termini di democrazia, benessere e giustizia. Rimasto inizialmente ai margini della riflessione, adesso sempre più il variegato movimento No-Global sta conquistando consensi e si pone di fatto come dominante nei media e nelle sensibilità culturali di tanti.

Qualcosa succede. Siamo, probabilmente, davanti ad uno dei movimenti più importanti degli ultimi anni. La dignità
dei lavoratori e la protezione dell'ambiente - per fare due esempi - stanno entrando prepotentemente come cardini dello sviluppo e della discussione nell'arena sociale. Molte aziende - tra cui diverse multinazionali - stanno
provando a migliorare le proprie credenziali etiche e ambientali. Certo, molta strada rimane da fare e in un certo senso si percepisce una situazione di stallo che apre alcune domande: come andare avanti? Quali valori devono guidare le nostre decisioni? È ancora sopportabile la ricchezza di pochi immersa nel mare della povertà e della fame di molti?Il dibattito che si sta sviluppando suggerisce alcune risposte che anche noi cristiani possiamo, in qualche modo, condividere:


a) occorre rinnovare la politica, rendendo possibile che semplici cittadini siano consapevoli delle loro responsabilità e dei loro diritti, facendo pressione affinché i nostri leader politici dimostrino un forte "coraggio"
morale e politico. Per molto tempo il disinteresse verso la politica è stato confuso con l'apatia, ma il problema è un altro: molti si sono resi conto che la politica tradizionale è del tutto irrilevante nel mondo globale, che i veri interessi sono altri. Di conseguenza la si ignora. Una politica irrilevante non può far altro che produrre forme di protesta sempre più forti, disagi sociali molteplici che facilmente esplodono in disordine e violenza.

b) Occorre riformare il capitalismo. Amartya Sen - premio Nobel per l'economia - ha più volte ricordato che le difficoltà morali del capitalismo non derivano dall'essere un sistema fondato sul mercato. È basilare per qualunque società riuscire a scambiare beni e servizi. E il mercato è essenzialmente questo: una forma di scambio. La storia - anche recente - dimostra inequivocabilmente come il mercato sia uno dei motori dello sviluppo, della democrazia e della liberazione dalla povertà. Ma fino a quando il capitalismo è interessato solo a fare profitti per i pochi
piuttosto che a migliorare la condizione di molti il problema rimane: la conseguenza è che molti identificano il capitalismo come un sistema ingiusto. Certo senza profitti nessuna economia è sostenibile nel lungo periodo, ma non c'è alcun motivo perché al guadagno dell'uno debba corrispondere la perdita dell'altro: il mercato non è un gioco a somma zero!

Come cristiani siamo chiamati a domandarci quale sia lo scopo del mercato. È se la risposta è - come credo sia - che il mercato e l'economia devono essere diretti verso la prosperità dell'intera creazione, allora lo scopo da ricercare non può che essere quello del bene comune e non solo dell'interesse privato.

In questo contesto, sono molte le opportunità dell'impegno autenticamente cristiano. In primo luogo l'economia è troppo importante per abbandonarla ad economisti e politici. La dimensione etica dell'economia - da Aristotele
a Smith, per arrivare ai nostri giorni - è fondamentale al vivere comune e, per i cristiani che confessano di servire il Dio giusto e di ogni giustizia, non è proponibile nessuna altra prospettiva che quella dell'impegno. In secondo luogo siamo nuovamente posti di fronte ad una grave mancanza: quella di una visione del mondo e della vita che sia cristiana, rilevante e contemporanea. E il vuoto è facilmente riempito dalle grandi ideologie - i molteplici "ismi" che qui non vale la pena ricordare - che sebbene pretendano obiettività scientifica, hanno tutte gli attributi della religione. Forse nessuna urgenza è comparabile a quella di permettere che la fede cristiana informi e formi la nostra visione del mondo e della vita. Dovrebbe essere questo il punto di partenza.

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