28/12/2002

IL MITO DELLA MERITOCRAZIA: TRA INNOVAZIONE E RESPONSABILITÀ FORMATIVA

C’è un forte bisogno nel nostro sistema educativo che attraversa molti ambiti di intervento, dalla progettazione alla didattica ordinaria, dalla costruzione di modelli alle azioni di orientamento: è il bisogno di un sistema di incentivi formativi, continuo e di qualità (life long learning).

Gli esperti sembrano concordare: stiamo assistendo ad una svolta negli approcci e nella filosofia dell’educazione. Si tratta di una virata assiologica, sempre più attenta al concetto di prassi. Negli ultimi anni è emersa una nuova normatività, dentro la quale i contesti relazionali diventano centrali per le pratiche educative: diversità, indecidibilità e personalizzazione degli apprendimenti sono le nuove coordinate. Il compito principale degli educatori e dei formatori è diventato così quello di stimolare la discussione piuttosto che cercare di concluderla.

Due esempi possono aiutare a capire il perché occorre pensare ad una formazione continua che coniughi gli inevitabili e indispensabili contenuti scientifici e disciplinari all’approfondimento pedagogico.

In primo luogo penso ai curricula degli studi. Come organizzare gli apprendimenti? Cosa inserire nei programmi? Gli approcci possibili sono spesso polarizzati: i metodi educativi conservatori sono centrati sull’insegnante e su programmi statici, mentre i metodi progressisti sono attenti ai processi e centrati sugli studenti. Il primo è top-down: l’educazione è trasmissione di informazione. Il secondo è bottom-up: l’educazione è “scoprire” le abilità e coltivare creativamente i talenti.

Esiste una via diversa? Vale la pena ricercarla? Qui occorrerebbero interventi diffusi per rendere scientificamente sostenibili e didatticamente realistici la costruzione dei curricula e la loro responsabile applicazione.


In secondo luogo vorrei segnalare l’urgenza di una riflessione a tutto campo sul ruolo del “merito” nei processi educativi. Se nell’ambito socio-economico il merito è la leva per una nuova moralizzazione del lavoro, soprattutto nel settore pubblico (azione questa che spesso tradisce un’eccessiva semplificazione culturale), nel campo educativo quando si parla di merito, si richiama la vecchia diatriba natura-cultura. Tutti ne siamo stati partecipi. In modo molto semplice – e a volte anche efficace - tendiamo a pensare alle abilità come fisse, statiche. Gli studenti sono “brillanti” o “chiusi”, allievi promettenti o casi disperati. Il tutto è poi alimentato dal mito meritocratico. Anche se siamo molto attenti alle discriminazioni razziste, economiche, sessuali … le discriminazioni meritocratiche ci piacciono molto e riduciamo la funzione del merito a mera classificazione, a ingenuo ordinamento di qualche tipo. Il problema è, però, enorme: se siamo nati con una certa attitudine intellettuale, con alcune abilità specifiche, non possiamo celebrare tutto questo in modo indefinito. Questi sono elementi al di fuori del nostro controllo, variabili in qualche modo esogene e difficilmente modificabili. Non possiamo neanche ignorare la concentrazione di risorse che sta dietro molti percorsi educativi di eccellenza Invece di esercitarci nel costruire tabelle e descrittori vari, dovremmo riconoscere le diversità e lavorare a partire da esse. Il sistema educativo non si migliora con il solo riferimento all’ingegneria genetica. Non possono fare nulla nei confronti della natura. Quello che possono fare è, a mio parere, aiutare e sostenere una possibile ottimizzazione responsabile delle abilità, influenzando il contesto sociale e culturale, offrendo alcuni strumenti cognitivi e culturali con i quali lavorare. Invece di concentrarci sulle abilità individuali, dovremmo lavorare per creare un talented enviroment, spazi nei quali gli studenti hanno opportunità di crescita, in modo coerente, congruente e plurale. E’ infatti difficile pensare ad una reale responsabilizzazione se questa non parte dal rispetto della molteplicità degli loci educativi e della loro funzione (la famiglia, le scuole, le università, le chiese, le aziende …). Ogni sovrapposizione – come accade ad esempio tra la funzione educativa della scuola e la prospettiva confessionale delle chiese o la visione manageriale delle imprese – condurrà sempre ad un imbroglio educativo e culturale.


Dopotutto, l’abilità non è qualcosa incastonata all’interno delle menti, è sempre condivisa con un ambiente, con le persone, con i materiali, con gli strumenti e le altre risorse offerte. Questo è lo spazio – tra quello che conosco e quello che riesco a fare – che lo psicologo Vygostky chiama “zona dello sviluppo prossimale”: se esiste troppa poca sfida … non avviene nessuna crescita; se si propone una sfida troppo alta si crea ansietà e incompetenza. Ma nell’attuale confusione dei ruoli e delle funzioni quello che si può fare è qualche aggiustamento periferico.

Gli insegnanti, gli educatori e i formatori tutti dovrebbero comunque vivere in questa zona, discernendo le opportunità, realizzano un valore, nella loro interazione con gli studenti. Osservano il presente (chi è lo studente?) e guardano avanti: cosa potrà essere quello studente? E il tutto avviene per via incrementale … per questo gli standard assoluti e rigidi sono pericolosi.

Le aspirazioni meritocratiche possono quindi essere pericolose. Potrebbero infatti ispirare un modello educativo caratterizzato a tutti i livelli dall’attenzione al deficit, dove si enfatizza il fallimento, e si de-responsabilizza, invece che affermare il successo responsabile dello studente nel rispetto delle pluralità sociali e culturali.

Mi pare di capire che molti docenti vorrebbero essere diversi, ambirebbero a lavorare con architetti dell’immaginazione e della trasformazione, dove l’insegnamento – oltre le ideologie - è sempre attento ai più deboli, all’apprendimento reale e al rispetto sostanziale delle diversità.

Forse questa è l’ambizione che segna l’autenticità di una società che si vuole attenta alla conoscenza.

Giuseppe Rizza


Centro studi di etica e bioetica

Padova – ifed@libero.it