IL MITO DELLA MERITOCRAZIA: TRA INNOVAZIONE E RESPONSABILITÀ FORMATIVA
Cè un forte bisogno nel nostro sistema educativo che attraversa molti ambiti di intervento, dalla progettazione alla didattica ordinaria, dalla costruzione di modelli alle azioni di orientamento: è il bisogno di un sistema di incentivi formativi, continuo e di qualità (life long learning).
Gli esperti sembrano concordare: stiamo assistendo ad una svolta negli approcci e nella filosofia delleducazione. Si tratta di una virata assiologica, sempre più attenta al concetto di prassi. Negli ultimi anni è emersa una nuova normatività, dentro la quale i contesti relazionali diventano centrali per le pratiche educative: diversità, indecidibilità e personalizzazione degli apprendimenti sono le nuove coordinate. Il compito principale degli educatori e dei formatori è diventato così quello di stimolare la discussione piuttosto che cercare di concluderla.
Due esempi possono aiutare a capire il perché occorre pensare ad una formazione continua che coniughi gli inevitabili e indispensabili contenuti scientifici e disciplinari allapprofondimento pedagogico.
In primo luogo penso ai curricula degli studi. Come organizzare gli apprendimenti? Cosa inserire nei programmi? Gli approcci possibili sono spesso polarizzati: i metodi educativi conservatori sono centrati sullinsegnante e su programmi statici, mentre i metodi progressisti sono attenti ai processi e centrati sugli studenti. Il primo è top-down: leducazione è trasmissione di informazione. Il secondo è bottom-up: leducazione è scoprire le abilità e coltivare creativamente i talenti.
Esiste una via diversa? Vale la pena ricercarla? Qui occorrerebbero interventi diffusi per rendere scientificamente sostenibili e didatticamente realistici la costruzione dei curricula e la loro responsabile applicazione.
In secondo luogo vorrei segnalare lurgenza di una riflessione a tutto
campo sul ruolo del merito nei processi educativi. Se nellambito
socio-economico il merito è la leva per una nuova moralizzazione del
lavoro, soprattutto nel settore pubblico (azione questa che spesso tradisce
uneccessiva semplificazione culturale), nel campo educativo quando si
parla di merito, si richiama la vecchia diatriba natura-cultura. Tutti ne siamo
stati partecipi. In modo molto semplice e a volte anche efficace - tendiamo
a pensare alle abilità come fisse, statiche. Gli studenti sono brillanti
o chiusi, allievi promettenti o casi disperati. Il tutto è
poi alimentato dal mito meritocratico. Anche se siamo molto attenti alle discriminazioni
razziste, economiche, sessuali
le discriminazioni meritocratiche ci piacciono
molto e riduciamo la funzione del merito a mera classificazione, a ingenuo ordinamento
di qualche tipo. Il problema è, però, enorme: se siamo nati con
una certa attitudine intellettuale, con alcune abilità specifiche, non
possiamo celebrare tutto questo in modo indefinito. Questi sono elementi al
di fuori del nostro controllo, variabili in qualche modo esogene e difficilmente
modificabili. Non possiamo neanche ignorare la concentrazione di risorse che
sta dietro molti percorsi educativi di eccellenza Invece di esercitarci nel
costruire tabelle e descrittori vari, dovremmo riconoscere le diversità
e lavorare a partire da esse. Il sistema educativo non si migliora con il solo
riferimento allingegneria genetica. Non possono fare nulla nei confronti
della natura. Quello che possono fare è, a mio parere, aiutare e sostenere
una possibile ottimizzazione responsabile delle abilità, influenzando
il contesto sociale e culturale, offrendo alcuni strumenti cognitivi e culturali
con i quali lavorare. Invece di concentrarci sulle abilità individuali,
dovremmo lavorare per creare un talented enviroment, spazi nei quali gli studenti
hanno opportunità di crescita, in modo coerente, congruente e plurale.
E infatti difficile pensare ad una reale responsabilizzazione se questa
non parte dal rispetto della molteplicità degli loci educativi e della
loro funzione (la famiglia, le scuole, le università, le chiese, le aziende
). Ogni sovrapposizione come accade ad esempio tra la funzione
educativa della scuola e la prospettiva confessionale delle chiese o la visione
manageriale delle imprese condurrà sempre ad un imbroglio educativo
e culturale.
Dopotutto, labilità non è qualcosa incastonata allinterno
delle menti, è sempre condivisa con un ambiente, con le persone, con
i materiali, con gli strumenti e le altre risorse offerte. Questo è lo
spazio tra quello che conosco e quello che riesco a fare che lo
psicologo Vygostky chiama zona dello sviluppo prossimale: se esiste
troppa poca sfida
non avviene nessuna crescita; se si propone una sfida
troppo alta si crea ansietà e incompetenza. Ma nellattuale confusione
dei ruoli e delle funzioni quello che si può fare è qualche aggiustamento
periferico.
Gli insegnanti, gli educatori e i formatori tutti dovrebbero comunque vivere in questa zona, discernendo le opportunità, realizzano un valore, nella loro interazione con gli studenti. Osservano il presente (chi è lo studente?) e guardano avanti: cosa potrà essere quello studente? E il tutto avviene per via incrementale per questo gli standard assoluti e rigidi sono pericolosi.
Le aspirazioni meritocratiche possono quindi essere pericolose. Potrebbero infatti ispirare un modello educativo caratterizzato a tutti i livelli dallattenzione al deficit, dove si enfatizza il fallimento, e si de-responsabilizza, invece che affermare il successo responsabile dello studente nel rispetto delle pluralità sociali e culturali.
Mi pare di capire che molti docenti vorrebbero essere diversi, ambirebbero a lavorare con architetti dellimmaginazione e della trasformazione, dove linsegnamento oltre le ideologie - è sempre attento ai più deboli, allapprendimento reale e al rispetto sostanziale delle diversità.
Forse questa è lambizione che segna lautenticità di una società che si vuole attenta alla conoscenza.
Giuseppe Rizza
Centro studi di etica e bioetica
Padova ifed@libero.it