CHI È MORALMENTE RESPONSABILE DELLA MORTE DI PANTANI?

Al di là della comprensibile partecipazione emotiva, la triste conclusione della vita di Marco Pantani deve aiutarci a porre alcuni interrogativi sui quali è necessario riflettere. Perché è accaduto che un campione di successo, ricco, famoso abbia finito i suoi giorni solo come un cane a rimuginare, senza saperla più gestire, la propria rabbia contro tutto e tutti? Perché uno sportivo disciplinato alla fatica e all’allenamento è finito nel giro suicida della droga? Perché un “pirata” abituato a combattere e ad attaccare nello sport si è arreso di fronte ad una prova della vita, sicuramente dura, ma anche superabile? Insomma, di chi è la responsabilità morale di quanto è accaduto? Negli ultimi giorni, si sono sentite molte voci che hanno preteso di dare una risposta a questa domanda.

I familiari hanno detto: “ce lo hanno ammazzato”, addossando la colpa al mondo corrotto dello sport che avrebbe prima dopato Pantani per poi scaricarlo lasciandolo in pasto alla magistratura alla caccia di capri espiatori. In effetti, il problema del doping nello sport è gravissimo e mina alla base la ragion stessa delle competizioni sportive. Anche il comportamento della magistratura a volte è stato più interessato alla spettacolarizzazione della giustizia, più che a una sua efficace amministrazione.

Pantani ha fatto uso di sostanze dopanti che il mondo del ciclismo gli ha passato ed è stato maltrattato dalla magistratura che ha aperto molti procedimenti contro di lui senza arrivare a conclusioni precise. Questo è un lato della medaglia; eppure Pantani era una persona libera. Altri ciclisti non si sono fatti usare. Insomma, le responsabilità del mondo sportivo sono pesanti, ma non esauriscono il discorso e, soprattutto, non possono di per sé rispondere alla domanda sulle responsabilità morali. Se la famiglia ha accusato il sistema dello sport, alcuni colleghi corridori hanno detto: “l’ha ucciso il mondo dei media”, scaricando la responsabilità sulla televisione che ha prima creato il “pirata” invincibile, poi ha messo alla gogna il “mostro” del doping. Anche questo è vero: in effetti, Pantani è stato elevato al rango di personaggio mediatico stellare e poi fatto scadere a quello di mediocre figuro di uno sport contraffatto.

Eppure, Pantani è stato ricoperto d’oro con contratti milionari proprio grazie alla sua scoppiettante immagine mediatica; in più, altri campioni dello sport subiscono lo stesso trattamento, ma non arrivano a rovinarsi come lui. Insomma, anche in questo caso, le responsabilità del mondo dei media sono molte, ma non sono le sole. Altri amici hanno dichiarato: “se potessimo mettere le mani su chi ha dato a Marco la roba, gliela faremmo pagare cara”. In questo caso, la colpa è stata attribuita alle frequentazioni di Pantani, evidentemente fatte di persone scriteriate con cui si era instaurata una malefica complicità. Il cerchio di persone intorno a lui ha sicuramente influito sulla sua morte penosa, ma, anche in questo caso, non si può scaricare la responsabilità solo sugli spacciatori, dal momento che Pantani era libero di abbandonarli e di contornarsi di altre compagnie.

Chi è moralmente responsabile di quanto è accaduto? Le risposte che sono state date, per quanto parti della risposta, indicano una caratteristica tipica della nostra cultura: da un lato un diffuso atteggiamento autoassolutorio, dall’altro il gioco dello scaricabarile delle responsabilità su altri. In questi giorni, nessuno o quasi ha detto la cosa più ovvia che poteva e doveva essere detta: Marco Pantani è pienamente, personalmente e tragicamente responsabile della sua morte. Sicuramente, vi sono stati condizionamenti, pressioni, prove durissime: è tutto vero, eppure il punto da ricordare è che la vita di tutti è fatta di queste e altre difficoltà. Ciascuno è in prima persona responsabile della propria vita; ciascuno risponde direttamente di quello che ha fatto e che fa, senza poter avvalersi della scorciatoia dell’autoassoluzione e senza poter riversare su altri ciò che lo riguarda. La nostra cultura è un impasto di pelagianesimo religioso e di umanesimo laico. Il pelagianesimo è un’antica eresia che dice che l’uomo, in fondo, è buono e, alla fine, è sempre scusabile. L’umanesimo laico condivide questa analisi dell’essere umano e dice che sono le situazioni in cui vive una persona (l’educazione ricevuta, le compagnie, la società, ecc.) a renderlo buono o cattivo.

Questo impasto culturale è refrattario all’ammissione della responsabilità e preferisce scaricarla altrove. Il cristianesimo, invece, si fonda sulla responsabilità personale. La vita può essere ostile, il mondo può essere vigliacco, ma ogni persona è responsabile di quello che fa, indipendentemente dalle circostanze in cui vive. Evidentemente, la nostra cultura, per quanto sedicente cristiana, è invece visceralmente pagana. Solo una riforma religiosa radicale può permettere di sradicare le eresie pelagiane e umaniste, per affrontare finalmente a viso aperto il discorso della responsabilità. La morte di Pantani ci spinge a riflettere criticamente sul doping nello sport, sul comportamento strumentale della magistratura, sul circo mediatico, sul problema della droga, ecc., ma tutti questi pensieri hanno un senso solo se la responsabilità personale viene mantenuta.

Leonardo De Chirico

Centro studi di etica e bioetica – Padova

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Etica e bioetica