LA CRISI OLTRE LA PARMALAT
Il caso Parmalat rappresenta la più grossa frode contabile nella recente storia finanziaria europea e – suggerisce il Financial Times - non sorprende che sia avvenuto in Italia piuttosto che in Finlandia. Sono molte le cose che non hanno funzionato: decine di migliaia di risparmiatori rischiano realmente di perdere in tutto, i controlli sono stati totalmente incapaci di rilevare la gigantesca truffa pensata e organizzata da mesi, se non anni; l’architettura dell’imbroglio è stata talmente spudorata da coinvolgere gli stessi pseudo-controllori (società di revisione, banche) trasformandoli in soggetti quasi solidali e compiacenti. La frode è ad oggi quantificata in diversi miliardi di euro, lo 0,8% del prodotto interno lordo italiano. Anche il danno sociale è immenso. Fino a qualche anno una certa plausibilità veniva riconosciuta a chi diceva che l’obiettivo prioritario delle imprese era quello di far crescere il valore per i suoi azionisti. Adesso, dopo WolrdCom, Enron e Parmalat quell’affermazione è diventata quasi impronunciabile. Negli ultimi anni l’allentamento del vincolo tra settore finanziario (la
borsa) e l’economia reale, insieme alla dicotomia tra proprietà e controllo della imprese, ha prodotto delle pericolose bolle speculative, dove far crescere il valore di un impresa significa far aumentare il valore delle azioni nel mercato borsistico, indipendentemente dalla reale dimensione produttiva. Infatti, pare che tutti i bilanci della Parmalat fossero «fasulli» dal 1989, e quindi già il prezzo del collocamento in Borsa delle azioni era del tutto svincolato dalla realtà patrimoniale-imprenditoriale effettiva. Una logica finanziaria, questa, che influenza gli stessi obiettivi dei soggetti economici (imprese, investitori, risparmiatori) producendo delle pericolose deformazioni. La stessa facilità e banalità di accesso ai mercati borsistici nazionali ed internazionali è da molti stata accolta come l’ invito a far parte al club del facile guadagno. Perché preoccuparsi dell’ economia reale, fatta di lavoro, di produzione, di commercio e di consumo, se è possibile guadagnare tanto con poca fatica investendo nei “giusti” titoli? Consigliati da istituti creditizi non proprio disinteressati, moltissimi risparmiatori si ritrovano adesso con poco, molto poco in mano.
Le reazioni sono tutte serie e preoccupate.
Da un lato pare che l’economia italiana non sia caratterizzata da regole efficaci, da validi meccanismi di controllo sui mercati finanziari. La ricerca di un modello di regolamentazione è diventata una priorità. Ci deve pur essere – si chiedono in molti - un meccanismo che ricompensi l’onestà? Un capitalismo sostenibile ed efficiente non può essere, dopotutto, sotto o mal-regolamentato. Dall’altro, si parte da una copiosa letteratura (anche scientifica) che prova a dimostrare come il mercato sostenga le imprese che non rinnegano d’ essere comunità morali. Nel lungo periodo non è possibile per un’impresa sopravvivere senza qualificati standard etici, in caso contrario bisogna rendere più fluido il funzionamento del mercato, permettendo la selezione delle imprese migliori e facilitando la mortalità delle corrotte e inefficienti. Entrambe le reazioni però sembrano eccessivamente ottimistiche nei confronti delle virtù del mercato o nell’efficacia etico-burocratica.
È vero che le imprese sono termometri importanti della moralità di una società e un’impresa che investe nella fiducia e nell’integrità avrà non solo minori costi, ma anche un forte vantaggio competitivo. Infatti il caso Parmalat è prima di tutto un crollo etico-morale, segnato - a vari ivelli - da disonestà e mancanza di integrità. Ma la crisi morale va ben oltre i bilanci del gruppo Parmalat. Si manipolano numeri non solo negli uffici contabili, ma anche nelle Accademie, nelle analisi politiche, nelle stesse statistiche economiche per far dire loro cose impensabili. Chi può condannare simili comportamenti? Mentire è un fatto endemico nella moderna società, perché recriminare? La crisi Parmalat, come la crisi Enron, è la manifestazione di un ammanco che è molto più di un vuoto di liquidità. Il latte versato è sparso ovunque. Ma è falso affermare che solo l’impresa e la finanza conoscano forme così gravi di menzogna e di contabilità creativa. Chiediamoci seriamente se un’elegante etica degli affari possa proteggerci da dannosi comportamenti opportunistici o da azioni moralmente fallimentari. Chiediamoci seriamente se – come da alcuni richiesto – sia il caso di imporre una condotta etica dall’esterno ad un mercato già debole. Su quali basi?
Nella prospettiva cristiana ed evangelica l’ambito economico – come tutti gli altri – ha una struttura normativa che dovrebbe agevolare l’esercizio della responsabilità. La stessa dinamica del mercato contemporaneo emerge dalla complessità di norme e principi che interagiscono tra loro ed ai quali tutti noi siamo obbligati a rispondere. La lezione della Parmalat ci pone così davanti all’esigenza di riflettere sulle norme fondamentali dell’agire economico e sul ruolo di un eventuale intervento pubblico. Un paio di cose in proposito possono essere dette.
Le norme
Il primo elemento è che la vita economica è una dimensione della grandiosa creazione di Dio. L’intera creazione – attività economiche comprese – è soggetta ai principi definiti da Dio: vivere nell’amore, nella giustizia, nella responsabilità, nella fedeltà, nell’integrità, nello sviluppo e nella crescita in modo tale da onorare Dio. Questo vuole dire che nulla nella creazione può essere indipendente, neutrale, nei confronti del disegno di Dio. L’uomo e la donna – immagine di Dio – sono stati creati per dare il loro rilevante contributo alla formazione, allo sviluppo e alla costruzione del benessere della società. Non esiste un mandato culturale solo nelle prime pagine della Genesi, ma nel cuore della prospettiva cristiana ci sono principi e norme ineludibili per la condotta umana. Siamo in altre parole custodi responsabili, amministratori fiduciari che dovranno rispondere a Dio, da cui tutto dipende. Come tali il nostro comportamento e le nostre azioni sono sostanzialmente delle risposte. E le risposte possono essere solo di due tipi: di obbedienza o di disobbedienza.
La stessa vocazione imprenditoriale e manageriale è un appello a custodire in modo creativo ed innovativo la creazione di Dio, per il benessere di tutte le creature. Anche qui possiamo solo essere fedeli o infedeli, integri o ambigui, giusti o ingiusti, efficienti o inutili. Il problema quindi non è nel capitalismo, né dobbiamo mettere in discussione il mercato. Anzi, il mercato – quando funziona bene e in modo appropriato – incoraggia l’uso responsabile delle risorse che Dio ha provveduto ed allo stesso tempo permette di non svalutare la responsabilità personale. La domanda che dobbiamo fare quindi è un'altra: la condizione di un capitalismo familiare com’è quello italiano è sufficientemente flessibile e seria da permettere una molteplice realizzazione delle vocazioni e delle responsabilità?
L’intervento dello Stato
Il secondo elemento riguardo lo Stato, per i cristiani esso deve essere principalmente giusto. L’intera azione politica dovrebbe essere indirizzata verso tale obiettivo. La giustizia ha – come è ovvio – anche una dimensione economica, che non coincide necessariamente con quella di massimizzare il prodotto interno lordo. L’intervento dello Stato diventa necessario quando altri soggetti (imprese, lavoratori, sistema creditizio …) manifestano una forte irresponsabilità verso la loro propria vocazione: non si amministra con efficienza e trasparenza, non si considerano opportunamente gli interessi altrui, si abusa della natura, si corrompe l’interesse pubblico … Quando si verificano tali distorsioni, le fratture proprie di un comportamento sedizioso, l’ intervento pubblico è necessario, come può essere necessario a volte assumere su di sé responsabilità private. Non per centralizzare o pianificare, ma per riportare, nel più breve tempo possibile, la situazione alla normalità, permettendo alle persone di rispondere delle loro azioni. L’ azione pubblica è sempre legittima quando permette di esercitare e raffinare le proprie responsabilità individuali, di sviluppare le proprie capacità e potenzialità. Nel caso Parmalat alcune cose dovrebbero essere fatte: garantire un’ opportuna stabilità nella gestione e nell’esercizio del credito e del risparmio (sistema dei pagamenti, intermediari finanziari e relativi controlli sulla reale solidità patrimoniale); garantire trasparenza ed efficace circolazione delle informazioni nei mercati, soprattutto a tutela degli investitori, dei risparmiatori e dei soggetti deboli; far lavorare bene la concorrenza.
Tutto questo forse non sarà completamente sufficiente. Possiamo e dobbiamo, però, provarci. Ricordiamoci che la crisi è molto più vasta: il fallimento non è solo di una delle poche grandi imprese italiane, è di un intero sistema, di un intero mondo. È l’insieme di valori e di sistemi morali, di comportamenti e di filosofie ad essere messo in liquidazione. Lo sapevamo, ma adesso lo leggiamo nei quotidiani e lo ascoltiamo nelle notizie dei TG. Gesù Cristo è veramente la pietra angolare e i cristiani sono sempre più convinti che non è possibile costruire una società decente senza di Lui? Adesso è il tempo di ricordarlo, di proclamarlo: a Milano, a Parma come a Wall Street.
Giuseppe Rizza, Centro studi di etica e bioetica
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