Fino a qualche anno fa, il riferimento politico-ideologico forniva un’ampia base di valori e significati che riuscivano a guidare le grandi masse verso ideali sociali condivisi. La leadership politica e i cittadini-elettori comunicavano soprattutto con le elezioni: anche a livello locale, una sconfitta era un chiaro segnale di disaffezione.
Non è più così. Sembra che le ideologie tradizionali, i movimenti politici così come li abbiamo conosciuti, siano tout-court cose del passato. Il loro ruolo è in declino, la comunicazione tra istituzioni e cittadini è sempre più di tipo mediatico. La politica deve mostrare le sue facce in TV. Le decisioni degli elettori sono mosse non tanto da un messaggio specifico, né dalla forza degli argomenti: a determinare la scelta politica l’attenzione è su altri aspetti, apparentemente plausibili e quasi encomiabili. Ad esempio l’individualità del politico, la sua forza, il suo successo, il suo stile, la sua competenza comunicativa, la sua personalità. Catturati dalle capacità di intrattenimento della moderna politica, manifestiamo sempre meno interesse e sopportazione verso gli argomenti sostanziali, i contenuti fondamentali della vita democratica. Alla fine la nostra percezione è abilmente immobilizzata e il potere politico reale si ritira sempre più nelle sue comode stanze.
Di fatto la comunicazione politica è molto simile alla pubblicità. E per questo motivo è sempre meno interessata alla cosa pubblica. Se il politico è spesso la persona di successo, colui che ha raggiunto risultati considerevoli e per questo merita rispetto e sostegno da parte dei cittadini, la politica è sempre più evento pubblicitario piuttosto che pubblico. Di solito quando un aggettivo è sostituito da un sostantivo qualcosa di serio è accaduto. Infatti “pubblicità” non è la stessa cosa di “agire in pubblico”. Agire, operare in pubblico, è sempre segno di reciprocità e di responsabilità. Nello svolgere una pubblica funzione diamo conto del nostro operato agli altri anche se manca qualunque tipo di familiarità. La pubblicità invece non è mai reciproca, può evocare interattività, ma è altra cosa. La pubblicità non necessità di responsabilità, quasi mai si fonda su progetti o obiettivi. Più che i risultati e la responsabilità, la pubblicità ricerca il pathos, l’evento, l’ efficacia di una sensazione.
Questa è – per molti - la politica oggi. E per lo stesso motivo in molti se ne distanziano, rifugiandosi in enclaves socio-culturali in cui sono coltivati ideali a portata di mano. Il gruppo limitato e definito offre sempre al partecipante la sensazione di sicurezza. Il problema è che questo processo sta contribuendo in modo straordinario a formare un provincialismo sociale, culturale e - perché no - anche religioso che vede con sospetto qualunque cosa che sia apparentemente nuova, straniera o complessa. E questo fa male alla democrazia. Abbiamo bisogno di qualcosa d’altro, abbiamo bisogno di un approccio alla politica diverso, radicalmente differente.
E gli evangelici? Sappiamo che per poter affermare con coerenza e convinzione il vangelo, la trasformazione che comporta, la verità riguardo la vita intera (il matrimonio e la famiglia, i diritti umani, ma anche l’ economia e la politica, ecc.) bisogna entrare nell’arena pubblica come cristiani, portatori di una prospettiva sociale persuasiva e ben costruita. Occorre che la verità che confessiamo formi la nostra azione, che la fede regoli sia il pensare, sia l’agire.
Un ottimo esempio lo possiamo trovare nel recente “contributo evangelico ai lavori della Convenzione Europea” dell’ Alleanza Evangelica Italiana (il documento è consultabile on line
http://www.alleanza.altervista.org/documenti/convenzione_europea.htm).In questo modo la buona notizia del Vangelo di Gesù Cristo – Colui che giudica e redime l’intera creazione, Colui per mezzo del quale tutte le cose sono state create - richiede che noi, come cristiani, prestiamo la massima attenzione alla creazione, a dove siamo e a tutto quello che facciamo. Le implicazioni forti ed inevitabili sono almeno due.
In primo luogo se è vero che Gesù Cristo è il Signore in cielo come in terra, ogni autorità è delegata, limitata. E poiché Dio ha dato a noi molteplici responsabilità, tale diversità deve essere mantenuta. In altre parole, è essenziale riconoscere la struttura plurale della società. Il passaggio non è innocuo. Questo significa – tra le altre cose – che gli elementi centrali di una società civile non sono solo le procedure democratiche (elezioni, processi) ma sono rappresentati soprattutto dal riconoscimento delle proprie responsabilità: famiglie, imprese, chiese, scuole … Pur nella comune struttura legislativa, il governo si ferma li dove spetta ad altri regolare. La collettività non è una massa indistinta, ma un pluribus di posizioni e passioni, di competenze e interessi che bisogna riconoscere e tutelare. Costi quel che costi, malgrado il peso del fallimento di un sistema sociale per molto tempo mal costruito. Così deve essere nel campo sanitario ed educativo, in quello economico e legislativo. In secondo luogo occorre riconoscere che la fede – sia nel Dio della Bibbia, sia nell’idolo irrilevante - è una necessità. Senza fede non si vive, mai. Anche il sistema politico lo dovrebbe riconoscere. E questo significa che oltre a riconoscere la struttura plurale della società, dobbiamo lavorare per un autentico pluralismo confessionale. È quasi banale dirlo, ma la storia – anche recente - dimostra purtroppo che spesso accade il contrario: il pluralismo confessionale è semplicemente la non discriminazione nei confronti di persone o comunità a motivo della loro fede. Due incomprensioni però possono condurci lontano. La prima è quella di confondere il pluralismo confessionale con il laicismo asettico e indifferente nei confronti del religioso. L’altra è quella di sovrapporre al pluralismo confessionale il relativismo morale. Nessuna delle due è pero sostenibile. La ricerca della verità e la fuga dall’errore sono responsabilità che fanno capo a ogni individuo, riferibili ad ogni gruppo umano e nessun sistema politico può condurre i suoi cittadini nella prosperità e nella giustizia se evita di fare i conti con le sue responsabilità limitate. Hanno ancora senso asimmetrie legislative (politica concordataria e libertà religiosa), politiche paternalistiche nei confronti del sistema educativo (insegnamento della religione cattolica, scuola pubblica/scuola privata) come in quello sanitario, strategie autoritarie che oltre ad essere inefficienti economicamente (sistema previdenziale) danneggiano la collettività e l’intero sviluppo economico (Alitalia)?
Probabilmente non possiamo più permetterci di sperare che il pluralismo strutturale e quello confessionale siano oggetto solo di discorsi e relazioni di pochi benpensanti. È necessario che diventino elementi centrali nella costruzione della nuova Europa e di riforma sostanziale del sistema Italia. Dovremmo lavorare per questo.
Ognuno di noi è membro di una famiglia, di una chiesa, appartiene ad una categoria economica ben definita, è cittadino più o meno impegnato … ed è ad ognuno di noi che il Vangelo di Gesù Cristo richiede un agire responsabile ed integro, per costruire e sostenere la giustizia, sia nei suoi aspetti politici e strutturali, sia in quelli confessionali. Ne avrebbero beneficio non solo le insignificanti minoranze evangeliche, ma anche le forti maggioranze oggi al potere.
Giuseppe Rizza
Centro studi di etica e bioetica – Padova