LA
RICERCA SULLE STAMINALI EMBRIONALI:
COSA VUOLE FARE L’ITALIA?
In Italia, ora siamo di fronte a un paradosso singolare. Da un lato, la legge 40 del 2004 vieta sul territorio nazionale l’uso di staminali embrionali e il fallito referendum abrogativo del 2005 ha confermato le indicazioni della legge. Dall’altro, il governo italiano si schiera in Europa per un tipo di ricerca che in Italia è proibito. La politica conosce questo e altri paradossi, ma il punto è che si è aperta una contraddizione palese che non può essere risolta con la semplice dialettica politica.
Molti osservatori ritengono che la legge 40 sia eccessivamente garantista dell’embrione, ma poco rispettosa della salute delle donne e delle attese di molti malati che potrebbero in futuro giovare della ricerca sugli embrioni. La domanda è se il pronunciamento “europeo” di Mussi si tradurrà in un’iniziativa “italiana” del governo Prodi per modificare la legge 40 o se rimarrà un colpo di mano simbolico senza ripercussioni concrete. Un minimo di decenza politica e culturale esige che il governo di un Paese adotti una politica coerente della ricerca scientifica, sia nelle sue linee nazionali che nei suoi impegni internazionali. Oggi, abbiamo una politica “cattolica” in sede interna e una più “laica” in Europa. Le due sono in contrapposizione su alcuni punti fondamentali. Vedremo se il dibattito sulle cellule staminali embrionali sarà riaperto e se l’equilibrio al ribasso della legge 40 sarà ridiscusso, senza isterismi e demonizzazioni.
Da notare, infine, che il finanziamento europeo della ricerca sugli embrioni non avalla qualsiasi intervento sugli embrioni. Per ottenere il finanziamento, tra l’altro diretto anche alla ricerca sulle staminali adulte, è necessario rispettare protocolli rigorosi e mostrare che non esistono altre possibilità rispetto all’utilizzo degli embrioni. Molti paventano un uso scriteriato degli embrioni, ma i criteri europei vanno nella direzione del rigore e della responsabilità, tra l’altro valutati da organismi pubblici.
In molti Paesi europei, tra cui l’Italia, sono conservati un numero di embrioni congelati che, se non impiegati, si spegnerebbero comunque. Per molti ricercatori, questi embrioni sarebbero sufficienti per portare avanti importanti filoni di ricerca. Non si potrebbe, anche in Italia, metterli a disposizione per questo utilizzo virtuoso? Se la mossa di Mussi (a parte il gioco di parole) aiuterà a rispondere in modo positivo alla domanda, il paradosso che ha aperto non sarà stato inutile.
Leonardo De Chirico, 31.5.2006