QUALE STATUTO PER L’EMBRIONE?
Da un punto di vista biologico, l’embrione è il risultato dell’unione del gamete femminile (cellula uovo) con il gamete maschile (spermatozoo) da cui, in seguito ad una serie di passaggi, si sviluppa il feto fino ad arrivare alla nascita del bambino. Se l’identità biologica dell’embrione è un dato acquisito, diverso è il discorso riguardante la sua identità antropologica. Il dibattito sullo statuto dell’embrione è accesissimo, non solo in sede filosofica, ma soprattutto in ambito bioetico. La questione è alquanto delicata in quanto riguarda la possibilità o meno di disporre dell’embrione per tutta una serie di pratiche legate alla fecondazione assistita o alla ricerca genetica, tra cui: le tecniche di diagnosi pre-impiantatoria, la ricerca sulle cellule staminali embrionali, la sorte degli embrioni soprannumerari, la clonazione embrionale, ecc. Lo statuto che viene accordato all’embrione legittima o meno la sua trattabilità in quanto definisce la sfera morale dei suoi diritti e della sua tutela.
Le opinioni sullo statuto dell’embrione divergono sensibilmente. Tra le posizioni espresse, si possono individuare due poli di riferimento che, anche in questo caso, riflettono gli orientamenti dell’etica cattolica, da un lato, e di quella laica, dall’altro. La prima sostiene a gran voce una posizione di tipo ‘sostanzialista’, mentre la seconda difende generalmente una concezione di tipo ‘funzionalista’. Di cosa si tratta più precisamente?
L’etica cattolica attribuisce all’embrione la proprietà di sostanza umana. Secondo questa impostazione, fin dal concepimento, si è in presenza di una vita umana che dispone di una sua sostanza definita dal punto di vista metafisico che prima del concepimento non c’era e che non sarà più sopprimibile fino alla morte della persona. Dal fatto che l’embrione sia pensato come una sostanza umana viene fatta discendere la necessità inderogabile di considerarlo come appartenente a pieno titolo alla comunità morale umana. All’embrione, pertanto, viene attribuita pari dignità umana rispetto a tutti gli altri appartenenti alla medesima comunità e viene riconosciuto il diritto di essere tutelato del tutto uguale a quello degli altri esseri umani. Alcuni cattolici considerano l’embrione una persona a tutti gli effetti, mentre altri, nella consapevolezza della complessità della questione, preferiscono mantenere un atteggiamento ‘tuziorista’, cioè lo considerano persona in via cautelativa. La concezione sostanzialista dell’embrione viene anche chiamata personalismo ontologico, in quanto viene attribuito il carattere di persona all’embrione in forza di argomenti ontologici. È chiaro che questa posizione considera l’embrione indisponibile all’intervento umano e scientifico.
Molto diverso è l’approccio di numerosi laici che adottano un criterio funzionalista rispetto alla definizione dello statuto dell’embrione. Secondo questa tesi, da un punto di vista ontologico, l’embrione non è una sostanza data una volta per tutte, ma un organismo in divenire che acquisisce gradualmente proprietà umane col processo di sviluppo delle sue funzioni. Il suo statuto è soggetto ad incrementi progressivi che comportano l’allargamento proporzionale della sua umanità fino ad arrivare al momento della nascita che, nell’ottica funzionalista, sancisce il definitivo passaggio alla comunità morale umana. Quali funzioni siano dirimenti per l’incremento delle proprietà dell’embrione è oggetto di divergenza anche nel fronte laico. Per alcuni, esso è legato alle funzioni percettive; per altri, a quelle emotive; per altri ancora, ai processi razionali. Qualche laico legittima anche l’aborto sulla base della sub-umanità in divenire dell’embrione-feto. Di fatto, in forza della concezione funzionalista, l’embrione viene considerato del tutto trattabile a scopo scientifico sino a quando non si manifestino le funzioni prescelte.
Anche in questo caso, la polarizzazione tra sostanzialisti e funzionalisti non esaurisce il dibattito sulla questione. Al contrario, in un certo senso, lo appiattisce a due posizioni che, per quanto individuino aspetti importanti da tenere presenti, li estremizzano in chiave ontologica o gradualista. Se il sostanzialismo postula un rigido quadro metafisico e non tiene conto della dimensione dinamica dello sviluppo dell’embrione, il funzionalismo eleva criteri del tutto soggettivi a elementi determinanti la dignità della vita umana in formazione. Invece di divaricare l’aspetto normativo (lo statuto ontologico) e quello situazionale (il divenire dell’embrione), è necessario tenerli insieme per trovare una pista di riflessione che rispetti l’uno e l’altro. L’essere umano non è solo un dato biologico-ontologico, né semplicemente un divenire funzionale. È anche questo, ma ci si deve interrogare se non sia l’elemento relazionale a collegare lo status e la storia dell’uomo, il suo essere e divenire. Egli è tale in quanto non possiede proprietà ontologiche o svolge funzioni complesse, ma in quanto intrattiene relazioni significative e coinvolgenti con sé, con gli altri, con il mondo, ecc. Se l’essere umano è essere-in-relazione, può essere considerata vita umana il risultato della fecondazione nei primi giorni quando l’embrione è un organismo biologico, ma privo di capacità relazionale?
Alla luce di queste considerazioni, si può pensare che l’impianto dell’embrione in utero segni un cambiamento non trascurabile della sua identità. Il compimento dell’annidamento dell’embrione in utero (14° giorno) stabilisce infatti la comunicazione cellulare con l’organismo materno e l’inizio della distinzione tra la componente embrionaria e quella extra-embrionaria (che darà luogo alla formazione delle membrane: placenta, amnios, cordone ombelicale, ecc.). Con l’annidamento del 14° giorno, da essere semplicemente ospitato nell’utero, l’embrione impiantato si lega al tessuto materno. Tale collegamento non è solo di tipo biologico, ma permette un rapporto di comunicazione intenso e l’avvio di un progetto di vita all’insegna della relazione. In più, come è stato detto, l’impianto è anche l’inizio della differenziazione interna all’embrione stesso. Oltre alla relazione con la madre, l’embrione annidato inizia un processo di separazione tra sé e le membrane. In altre parole, si definisce la relazione con la madre e si precisa con relazione col mondo esterno: l’embrione diventa un essere-in-relazione. In questo modo, la sua identità relazionale diventa un elemento significativo che l’embrione prima dell’annidamento non aveva.
Dove porta la sottolineatura dello statuto relazionale dell’embrione? Innanzi tutto, permette di considerare legittima la ricerca sugli embrioni prima dell’impianto, fatta salva la cautela scientifica e la prudenza morale di tale pratica. La trattabilità degli embrioni pre-impianto non significa però l’avallo di un loro utilizzo moralmente scriteriato. C’è la possibilità di individuare criteri condivisi per una ricerca scientifica responsabile. In secondo luogo, lo statuto relazionale dell’embrione impedisce di considerare gli embrioni soprannumerari come essere umani dal momento che si trovano in un contesto extra-uterino, privi di progetto vitale e senza alcuna possibilità di sviluppare relazioni. Di qui, la loro eliminazione non rappresenta un problema morale insormontabile. Dopo l’annidamento, invece, l’embrione deve essere tutelato come se si trattasse di un essere umano ancora in formazione, ma dotato della capacità fondamentale di stabilire delle relazioni significative.
L’approccio relazionale corregge quello sostanzialista in quanto non confonde il dato biologico dell’embrione con il suo statuto ontologico di essere umano. Esso corregge anche quello funzionalista in quanto individua un criterio scientificamente non arbitrario ed eticamente plausibile per riconoscere responsabilmente la sua identità. Tra l’altro, già alcune legislazioni (come quella britannica) l’hanno adottato. È ora che il dibattito bioetico si arricchisca di questa voce diversa dal rigido sostanzialismo cattolico e dallo sfuggente funzionalismo laico.
Leonardo De Chirico
Centro studi di etica e bioetica – Padova