L’11 marzo 2004 Madrid è colpita da un attentato violento e sanguinoso. Non è la prima azione terroristica che ha minacciato la sicurezza e il benessere dell’occidente e probabilmente non sarà l’ultima. Al-Qaida, in breve tempo, ne rivendica l’azione. E come sempre - prima di ogni cosa - tenta di spiegare e giustificare le atrocità commesse usando diverse citazioni dal Corano. Dopo il settembre 2001 questi fatti sono interpretati sempre più come attacchi all’America ed ai suoi amici. Per alcuni - una crescente minoranza che si convince sempre più di come la retorica della guerra santa sia l’ unica interpretazione plausibile, quella da adottare - questa è l’immagine dominante dell’Islam. Di contro c’è una posizione che ci suggerisce che l’ Islam dopo tutto è una religione pacifica messa a dura prova da pochi fanatici e dai terroristi.
La guerra del terrorismo – ci viene detto - non è la guerra dell’Islam. Nessuna delle due posizioni, però, sembra offrire alternative credibili e praticabili. Nel mondo, un miliardo e trecentomila persone sono musulmane. La maggioranza di loro è gente pacifica, devota, con una buona moralità. Gente perbene che vive in modo responsabile e civile la loro comunità, gente che se vive in società secolari ha da queste spesso ricevuto la libertà dal rigido controllo di strettissime leggi religiose.
Ma questo non fa di tutto l’Islam automaticamente una religione di pace e libertà: dopotutto la successione degli attacchi terroristici e dei regimi di matrice islamica è troppo ampia per risultare anche alla persona sprovveduta una semplice coincidenza. La cronaca stessa ci aggiorna ormai quotidianamente di come questo tipo di radicalizzazione religiosa mieta vittime e violenza in Indonesia, in Nigeria, in Pakistan e Kasmir, in Cecenia e nella ex-Yugoslavia.
Molti musulmani, poi, non conoscono nessuna libertà e diversi loro leader sostengono indirettamente il terrorismo. La maggioranza dei musulmani non si sente rappresentata dall’Islam radicale, ma si ritrova frammentata e stranamente muta: meglio non criticare altri musulmani, meglio proteggere la vita propria e quella dei propri cari. Sono loro stessi le prime vittime del fondamentalismo islamico che da secoli ha gli stessi scopi: controllare le libertà e provare a conquistare quella parte di mondo non ancora islamica. Una “riforma” dell’Islam sarebbe auspicabile, ma pare che questa non accadrà né velocemente né semplicemente.
E, intanto, per diversi anni ancora dovremmo prepararci a combattere il terrorismo e la violenza. Esiste una lettura semplicistica del terrorismo che legge nelle sue gesta un tentativo di liberazione terzomondista. Ma esso non sempre cresce in contesti dove regna la povertà, l’ignoranza o dove è presente l’imperialismo americano od occidentale.
Non che l’occidente capitalistico sia senza colpe, anzi. L’elemento centrale
nella comprensione del mondo del terrorismo è, però, l’orizzonte dei suoi
significati, la sua profonda diversità che difficilmente si riconcilia con
quella diffusa in occidente. Se prestiamo attenzione attentamente a quello che
le frange più radicali dell’Islam vogliono, scopriremo che il loro scopo è fare
del mondo un sorta di califfato globale governato dalla legge islamica. E non è
poco.
Qualche anno fa, Samuel P. Huntington nel suo libro Lo scontro delle civiltà e
il nuovo ordine mondiale. Il futuro geopolitico del pianeta, affermava che
esiste una forte similarità tra civiltà e tribù e che, alla fine, lo scontro di
civiltà non è altro che un conflitto tribale su scala globale. Sembra che la
politica e le relazioni internazionali siano entrati in una nuova fase nella
quale le tensioni tra civiltà - specialmente tra l’occidente, il mondo islamico
e l’oriente confuciano – dominano la scena globale. Il modello di Huntington si
sta oggi imponendo come lettura tristemente profetica e veritiera della realtà,
anche se diverse critiche importanti ed autorevoli si sono levate contro. Non è
questa la sede per analizzarlo, è sufficiente però ricordare come Huntigton sia
riuscito a sottolineare l’importanza dell’ elemento identitario e religioso di
una civiltà.
Ma lo scontro reale non è tra civiltà, lo scontro vero è tra visioni del mondo.
Esso non è tanto da intendersi tra identità politiche omogenee e contrapposte,
tra elementi esterni delle civiltà, è piuttosto da rilevare già all’interno di
questi grandi raggruppamenti. Uno scontro di prospettive, di sistemi culturali e
di riferimenti attraversa ogni tipo di civiltà. Uno scontro sostanziale che di
fatto sta lacerando lo stesso occidente, malgrado la sua ricerca – di tipo
estetico per lo più – di una identità comune e condivisa.
Non è tanto se tu o io siamo religiosi, o se la religione è un elemento che
cattura il nostro interesse. E’ che, la religione è ritornata ad essere il
fattore centrale nella vita politica, economica e sociale. E non ce lo
aspettavamo. Per anni siamo stati colpiti da una forte miopia secolare, da una
sostanziale incapacità a vedere e a capire l’importanza della religione nella
vita pubblica. Per lungo tempo le nostre categorie sono state:
conservatori/progressisti; destra/sinistra, con poche altre variazioni.
Questa improvvisa colorazione “religiosa” ci ha sorpreso. Lo stesso linguaggio si è scoperto inadeguato, tant’è che etichettiamo come fondamentalisti tutti coloro che nella religione hanno la loro chiara e unica matrice di riferimento. Il fondamentalista è il fanatico e l’ossesso, il pericoloso e l’esagerato, l’irrilevante e qualcuno da temere. E come sempre facciamo quando non abbiamo più risorse, categorizziamo invece di ascoltare, osserviamo e critichiamo invece di provare a comprendere, giudichiamo invece di cercare di capire. Allora la prima cosa che possiamo fare è lavorare per comprendere l’Islam, il cuore di una religione che rifiuta di separare il sacro dal profano, la sfera pubblica dalla sfera privata. Proviamo a studiarlo e capirlo non solo in Iraq, Afganistan e nel Medio Oriente, ma anche in Indonesia, in Africa, in Europa e in America. Soprattutto i cristiani, ma anche gli ebrei e gli islamici moderati sono da anni gli obiettivi di una fredda strategia totalitaria.
Sosteniamoli e proteggiamoli nel miglior modo possibile. Poi prendiamo sul serio la religione, certo insieme agli elementi culturali, etnici, sociali ed economici. Ma lo zelo ecumenico che per anni ha cercato – e a volte creato – similitudini e simmetrie tra le varie fedi, con lo scopo di ridurre le tensioni sociali e ricercare una armonia civile, si è manifestato infondato, pericolosamente superficiale e inutile. Le religioni sono importanti e sono diverse. Per molti l’elemento religioso a differenza di quello sociale, storico, etnico o politico è intrattabile. Però molti conflitti sono generati primariamente da regimi totalitari che sposano elementi religiosi e questo significa che è basilare lavorare per la più ampia diffusione possibile delle libertà e soprattutto della libertà religiosa.
La libertà religiosa è da sempre il motore fondamentale dello sviluppo e del
riconoscimento di tutti gli altri diritti umani, quindi di formazione di civiltà
democratiche: nessuna realpolitik, nessun interesse a breve termine può eludere
la centralità di quest’obiettivo. La libertà religiosa tocca il cuore della
vita, dell’impegno umano e sociale, delle prospettive per le quali vale la pena
vivere e morire. Nessuna vera ricerca, nessuna lotta per la libertà e la
democrazia, ovunque nel mondo, può prescindere da essa o tanto meno ignorarla.
Giuseppe Rizza
Centro studi di etica e bioetica – Padova
ifed@libero.it
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