Il trapianto del volto eseguito su una donna in Francia ha riaperto la discussione intorno ai confini etici dell’intervento medico-tecnologico sulla persona. Ad una signora di Amiens, infatti, sono stati trapiantati naso, bocca, mento e parti della mascella che erano stati sfigurati dai morsi del suo cane che l’aveva assalita nel tentativo di salvarla da un tentativo di suicidio. Le parti del volto trapiantate erano state prelevate da un’altra donna morta suicida. In pochi decenni, la cultura del trapianto d’organi si è largamente diffusa, al punto da rendere del tutto accettabili molte pratiche di trapianto relative a cuore, fegato, reni, cornee, ecc. in presenza di consenso da parte del donatore. In più, la chirurgia estetica è utilizzata da molte persone che vi ricorrono per “migliorare” qualche aspetto del loro corpo. Per non parlare della cosmesi con la quale molti imbellettano il volto cambiando giornalmente le sue sembianze. Qui, tuttavia, la questione è più delicata in quanto coinvolge il trapianto di un volto che è una parte del corpo fortemente caratterizzata da un punto di vista antropologico e strettamente legata alla persona. In altre parole, il volto è un elemento identitario forte. In esso si riflettono molti tratti essenziali della persona. Una persona si specchia e riconosce sé stessa in quanto percepisce il proprio volto. Ma questo vale anche per le relazioni interpersonali e sociali. Gli uomini e le donne si riconoscono guardandosi in faccia e incrociando i loro volti. Nella Bibbia, mostrare il volto equivale a farsi conoscere. Nascondere il volto significa sottrarsi alla relazione. Anche filosofi personalisti come Lévinas hanno sottolineato il riconoscimento del “volto” dell’altro come un passaggio essenziale della dinamica interpersonale dell’etica.
Il prossimo è altro da me in quanto ha un volto. In ogni caso, il volto non è un elemento statico, né immutabile. Il solo volto immobile e sempre uguale a sé stesso è quello di un morto. Il volto dei vivi è in continuo stato di cambiamento, non solo per l’avvicendarsi di emozioni diverse, ma anche per la progressiva manifestazione dei segni del tempo. La pelle raggrinzita, le rughe, le occhiaie sono segni visibili della trasformazione del volto dovuta al passare del tempo. Un volto di un essere vivente non è mai uguale a sé stesso, anche se può essere riconosciuto nella sua fisionomia complessiva. Quindi, l’idea secondo cui il volto sarebbe intangibile non prende sul serio la realtà del mutamento costante del volto. L’identità di una persona passa per il suo volto, ma il volto riflette un processo dinamico. La persona è il suo volto, anche se il volto conosce un grado di variabilità che è proprio della persona stessa. Di fronte alla possibilità del trapianto del volto, è necessario avere qualche criterio di riferimento. In primo luogo, il cambiamento di volto mediane trapianto è possibile e non deve essere necessariamente visto in modo negativo. In situazioni in cui il volto di una persona è stato sfigurato e in cui la persona stessa non riesce ad accettare di avere un volto impresentabile, il trapianto può essere una strada da percorrere, in presenza di volti di donatori deceduti e consenzienti. Il carattere terapeutico del trapianto dovrebbe essere mantenuto per sottrarre l’intervento ai capricci edonistici di persone che non si accettano e che pensano di risolvere la questione cambiando faccia (col rischio di non aver accettato la vecchia e di non accettare la nuova!).
TRAPIANTO DEL VOLTO. COSA PUO’ DIRE LA BIOETICA?

In altre parole, il trapianto non deve avere finalità migliorative sul piano estetico come motivazione prevalente, ma costituire una possibilità terapeutica in caso di gravi incidenti che hanno sfigurato la fisionomia del soggetto. Pertanto, la liceità del trapianto deve essere messa in relazione alle situazioni in cui esso viene richiesto. Infine, le persone coinvolte devono essere consapevoli che il trapianto è un intervento per molti aspetti irreversibile. Chi lo chiede deve sapere che sarà difficile, se non impossibile, tornare alla situazione precedente e che comunque l’accettazione della nuova identità sarà complicata e forse dolorosa. Il rischio del rigetto psicologico del volto nuovo deve essere ponderato molto attentamente. La decisione dovrà essere presa dal soggetto dopo aver preso atto dell’eventualità del rifiuto del volto trapiantato. In ogni caso, il principio di precauzione non deve costituire un ostacolo insormontabile a scapito della responsabilità individuale e comunitaria. Anche l’etica del trapianto del volto deve far interagire le norme morali, le situazioni diverse e i soggetti coinvolti per far sì che la possibilità medico-tecnologica del trapianto risponda a dei criteri etici, affronti casi specifici e responsabilizzi le persone interessate.

Leonardo De Chirico Centro studi di etica e bioetica – Padova

ifed@libero.it

16/12/2005

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