Tra stato e mercato: una prospettiva cristiana sulla crisi subprime

Alcuni fenomeni sono riconoscibili da tutti: i mercati finanziari sono in continua crescita e il volume delle transazioni finanziarie è decine di volte maggiore del volume delle transazioni reali. Le transazioni e i movimenti finanziari sono però, contemporaneamente, sempre più sganciati della realtà produttiva e fortemente reattivi alle forze della speculazione. L’economia mondiale è oggi pesantemente influenzata dai movimenti di enormi capitali privati (vale a dire capitali nelle mani delle banche, speculatori vari, fondi di investimento …) la cui motivazione poi non è quella del miglior uso sociale del capitale, ma si ricerca ad ogni costo il massimo profitto. La competizione è quindi esplosa ovunque e tutti vogliono sfruttare e/o creare nuovi contesti e nuovi mercati. Il mercato del credito è improvvisamente diventato un caso studio per illustrare i rischi di implosione di un sistema espansivo come il nostro.

Tra i principali protagonisti delle ultime crisi sui mercati internazionali, ci sono infatti i subprime loan, prestiti per l’acquisto di case a persone non in grado di offrire adeguate garanzie, cioè a famiglie che ai primi segnali di difficoltà non sono state in grado di restituire le rate. Se da un lato tutto questo è dovuto alla leggerezza di una crescente “finanza facile” (la concessione di credito senza una oggettiva valutazione della capacità reddituale del debitore), dall’altro i soggetti che più soffrono in queste situazioni sono persone tra le più deboli della società. Il mercato del credito è, di fatto, esploso e contemporaneamente tutti noi siamo diventati prede ambite. Non importa se la storia personale è non lineare dal punto di vista bancario, ma se si riesce ad agganciare più persone possibili (anche le più problematiche), offrendo un servizio ad un tasso più alto … il gioco è fatto. Per non parlare, poi, delle vere e proprie trappole rappresentate delle forme apparentemente molto creative e flessibili di rimborso dei mutui e dei prestiti vari. Carte di credito che non ci lasciano mai soli, offerte di prestiti che realizzano tutti i nostri sogni, e aperture di credito straordinarie … il futuro è nelle nostre mani. Compro tutto oggi e – nel sogno – la restituzione è quasi piacevole, oltre che indolore.

La transizione da consumatori promettenti a debitori problematici si è rivelata però pericolosa e dolorosa.

I dati, poi, rappresentano una situazione dove la maggior parte del popolo dei subprime è fatta da persone relativamente povere, poco istruite, normalmente ad alto rischio sociale. Più la fascia sociale è bassa, più rischia di essere alto il tasso del mutuo, con l’ovvia possibilità di un fallimento non appena i tassi aumentano. Diversi milioni di persone rischiano sul serio di perdere tutto, la propria abitazione e dignità in primis.

La crisi dei subprime non sorge, però, dal nulla e interessa – certo in misura minore – anche l’economia italiana. I prezzi delle case sono aumentati in modo spropositato e in brevissimo tempo, innestando processi speculativi difficilmente controllabili e reversibili. A livello macroeconomico, il valore del dollaro continua ad essere poi molto debole e il costo dell’energia continua a crescere. Ad oggi, il fenomeno interessa soprattutto i paesi occidentali, tant’è che nessuno dei Paesi ad alto tasso di crescita (Cina, India, Brasile …) sembra essere direttamente implicato in tutto questo.

Il peso di tutto questo nell’economia mondiale è però enorme. Quello che è successo e succede nei principali mercati borsistici lo testimonia. Lo stesso Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha rivisto al ribasso le stime di crescita globale del 2008, decurtando il Pil atteso di un pesante 0,4%. Vale anche per l’Italia: il World Economic Outlook prevede nel 2008 una crescita ridotta (1,3 %).

Lo scenario è quindi turbolento e confuso, allo stesso modo della discussione politica. Da un lato c’è una reazione quasi-emotiva che richiederebbe un forte intervento pubblico destinato a frenare l’impatto di tale crisi finanziaria sulle economie domestiche. Come spesso succede, però, l’intervento pubblico rischia solo di aggravare piuttosto che risolvere il problema. Infatti – e la storia economica recente ne è spettatore - le azioni di politica economica rischiano di essere, nella migliore delle ipotesi, inefficienti se non pensate e attuate con circoscrizione. Dall’altro lato, i fautori di un mercato assolutamente libero, rifiutando la possibilità di regolazioni esogene sembrano dimenticare la natura istituzionale e sociale implicita in ogni economia moderna e fondazionale ai mercati stessi.

Le polarizzazioni non servono neanche in questo caso. Piuttosto che adagiarsi su una mitizzazione dello Stato come protettore degli ultimi tout court e quindi legittimato ad intervenire (anche in modo invasivo e distributivo) nei mercati; oppure piuttosto che fidarsi aprioristicamente nel mercato quale tecnologia infallibile delle libertà e del progresso, la prospettiva cristiana potrebbe favorire un certo disincanto e contribuire al bene comune.

Un modo è quello di ricordarci che il mercato ha sempre una dimensione pubblica. Non è una mera costruzione sociale. La responsabilità dei governi e delle istituzioni economiche pubbliche è sempre quella di governare e definire con giustizia tale dimensione. Implementare contesti di giustizia è una delle attribuzioni principali del governo di un Paese (allo stesso modo non possiamo chiedere alle multinazionali di regolamentare i monopoli, o alle industrie di definire le leggi del settore …). Lo scambio libero ed efficiente tra consumatori e imprese presuppone sempre mercati che operano secondo giustizia (che favoriscono in altre parole relazioni giuste a tutti i livelli), le cui regole sono chiare, condivise e implementate opportunamente.

Non si tratta quindi di vincolare l’economia ad un sentiero desiderato da qualche fazione politica o da alcuni governi. Non è neanche credere che lo scambio sia sempre – e automaticamente - giusto e libero. Una politica responsabile, nella complessità dell’esistente, ricerca la giustizia, la Shalom, in ogni dimensione.

Solamente mercati giusti permettono, anche nel lungo periodo, di sviluppare innovazione e creatività, ricerca e spirito imprenditoriale. I mercati possono così costruire importanti vocazioni e soddisfare i bisogni reali e ineludibili. Sono, in pratica, liberi di realizzare il loro scopo. E senza giustizia e responsabilità diffusa il progresso e la democrazia sono mere chimere.

Giuseppe Rizza

Centro studi di etica e bioetica

ifed@libero.it

16/11/2007

Alcuni fenomeni sono riconoscibili da tutti: i mercati finanziari sono in continua crescita e il volume delle transazioni finanziarie è decine di volte maggiore del volume delle transazioni reali. Le transazioni e i movimenti finanziari sono però, contemporaneamente, sempre più sganciati della realtà produttiva e fortemente reattivi alle forze della speculazione. L’economia mondiale è oggi pesantemente influenzata dai movimenti di enormi capitali privati (vale a dire capitali nelle mani delle banche, speculatori vari, fondi di investimento …) la cui motivazione poi non è quella del miglior uso sociale del capitale, ma si ricerca ad ogni costo il massimo profitto. La competizione è quindi esplosa ovunque e tutti vogliono sfruttare e/o creare nuovi contesti e nuovi mercati. Il mercato del credito è improvvisamente diventato un caso studio per illustrare i rischi di implosione di un sistema espansivo come il nostro.

Tra i principali protagonisti delle ultime crisi sui mercati internazionali, ci sono infatti i subprime loan, prestiti per l’acquisto di case a persone non in grado di offrire adeguate garanzie, cioè a famiglie che ai primi segnali di difficoltà non sono state in grado di restituire le rate. Se da un lato tutto questo è dovuto alla leggerezza di una crescente “finanza facile” (la concessione di credito senza una oggettiva valutazione della capacità reddituale del debitore), dall’altro i soggetti che più soffrono in queste situazioni sono persone tra le più deboli della società. Il mercato del credito è, di fatto, esploso e contemporaneamente tutti noi siamo diventati prede ambite. Non importa se la storia personale è non lineare dal punto di vista bancario, ma se si riesce ad agganciare più persone possibili (anche le più problematiche), offrendo un servizio ad un tasso più alto … il gioco è fatto. Per non parlare, poi, delle vere e proprie trappole rappresentate delle forme apparentemente molto creative e flessibili di rimborso dei mutui e dei prestiti vari. Carte di credito che non ci lasciano mai soli, offerte di prestiti che realizzano tutti i nostri sogni, e aperture di credito straordinarie … il futuro è nelle nostre mani. Compro tutto oggi e – nel sogno – la restituzione è quasi piacevole, oltre che indolore.

La transizione da consumatori promettenti a debitori problematici si è rivelata però pericolosa e dolorosa.

I dati, poi, rappresentano una situazione dove la maggior parte del popolo dei subprime è fatta da persone relativamente povere, poco istruite, normalmente ad alto rischio sociale. Più la fascia sociale è bassa, più rischia di essere alto il tasso del mutuo, con l’ovvia possibilità di un fallimento non appena i tassi aumentano. Diversi milioni di persone rischiano sul serio di perdere tutto, la propria abitazione e dignità in primis.

La crisi dei subprime non sorge, però, dal nulla e interessa – certo in misura minore – anche l’economia italiana. I prezzi delle case sono aumentati in modo spropositato e in brevissimo tempo, innestando processi speculativi difficilmente controllabili e reversibili. A livello macroeconomico, il valore del dollaro continua ad essere poi molto debole e il costo dell’energia continua a crescere. Ad oggi, il fenomeno interessa soprattutto i paesi occidentali, tant’è che nessuno dei Paesi ad alto tasso di crescita (Cina, India, Brasile …) sembra essere direttamente implicato in tutto questo.

Il peso di tutto questo nell’economia mondiale è però enorme. Quello che è successo e succede nei principali mercati borsistici lo testimonia. Lo stesso Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha rivisto al ribasso le stime di crescita globale del 2008, decurtando il Pil atteso di un pesante 0,4%. Vale anche per l’Italia: il World Economic Outlook prevede nel 2008 una crescita ridotta (1,3 %).

Lo scenario è quindi turbolento e confuso, allo stesso modo della discussione politica. Da un lato c’è una reazione quasi-emotiva che richiederebbe un forte intervento pubblico destinato a frenare l’impatto di tale crisi finanziaria sulle economie domestiche. Come spesso succede, però, l’intervento pubblico rischia solo di aggravare piuttosto che risolvere il problema. Infatti – e la storia economica recente ne è spettatore - le azioni di politica economica rischiano di essere, nella migliore delle ipotesi, inefficienti se non pensate e attuate con circoscrizione. Dall’altro lato, i fautori di un mercato assolutamente libero, rifiutando la possibilità di regolazioni esogene sembrano dimenticare la natura istituzionale e sociale implicita in ogni economia moderna e fondazionale ai mercati stessi.

Le polarizzazioni non servono neanche in questo caso. Piuttosto che adagiarsi su una mitizzazione dello Stato come protettore degli ultimi tout court e quindi legittimato ad intervenire (anche in modo invasivo e distributivo) nei mercati; oppure piuttosto che fidarsi aprioristicamente nel mercato quale tecnologia infallibile delle libertà e del progresso, la prospettiva cristiana potrebbe favorire un certo disincanto e contribuire al bene comune.

Un modo è quello di ricordarci che il mercato ha sempre una dimensione pubblica. Non è una mera costruzione sociale. La responsabilità dei governi e delle istituzioni economiche pubbliche è sempre quella di governare e definire con giustizia tale dimensione. Implementare contesti di giustizia è una delle attribuzioni principali del governo di un Paese (allo stesso modo non possiamo chiedere alle multinazionali di regolamentare i monopoli, o alle industrie di definire le leggi del settore …). Lo scambio libero ed efficiente tra consumatori e imprese presuppone sempre mercati che operano secondo giustizia (che favoriscono in altre parole relazioni giuste a tutti i livelli), le cui regole sono chiare, condivise e implementate opportunamente.

Non si tratta quindi di vincolare l’economia ad un sentiero desiderato da qualche fazione politica o da alcuni governi. Non è neanche credere che lo scambio sia sempre – e automaticamente - giusto e libero. Una politica responsabile, nella complessità dell’esistente, ricerca la giustizia, la Shalom, in ogni dimensione.

Solamente mercati giusti permettono, anche nel lungo periodo, di sviluppare innovazione e creatività, ricerca e spirito imprenditoriale. I mercati possono così costruire importanti vocazioni e soddisfare i bisogni reali e ineludibili. Sono, in pratica, liberi di realizzare il loro scopo. E senza giustizia e responsabilità diffusa il progresso e la democrazia sono mere chimere.

Giuseppe Rizza

Centro studi di etica e bioetica

ifed@libero.it

16/11/2007