SI PUO’ IMPORRE UN TRATTAMENTO SANITARIO?
Il caso è rimbalzato su tutti i giornali ed è stato al centro dell’ attenzione pubblica negli ultimi giorni. Una signora sessantenne, diabetica, viene ricoverata all’ospedale S. Paolo di Milano. Il suo piede destro è in condizioni disastrose e sta andando in cancrena. Da un punto di vista medico, l’arto deve essere amputato se si vuole evitare una setticemia e quindi la morte della signora. Il problema è che la signora rifiuta di dare il consenso all’intervento. Per ragioni strettamente personali, preferisce affrontare la morte piuttosto che sottoporsi all’operazione di amputazione. I suoi famigliari sono i primi a rispettare la decisione e non presentano obiezioni, anzi la sostengono.
Eppure, il personale sanitario entra in fibrillazione di fronte a questo rifiuto. Se non si procede presto, la morte è assicurata. Secondo loro, si devono fare tutti i tentativi possibili per scongiurare l’esito infausto a cui la signora va incontro. Viene interpellato uno psichiatra per accertare la piena capacità d’intendere e di volere della signora. La perizia stabilisce che la donna è nel pieno possesso delle sue facoltà decisionali e che la sua decisione non è frutto di coercizione, costrizione esterna o incapacità mentale. Fallita la via psichiatrica, qualcuno chiama in causa il Procuratore della Repubblica per cercare una via giuridica per intervenire in forza di legge sulla signora, anche contro la sua volontà. I magistrati ricordano che la legge prevede che un trattamento sanitario non possa essere imposto e che il consenso consapevole è necessario. In assenza del consenso, la legge non ha spazio per una manovra impositiva. Neanche la via giuridica funziona. Allora, c’è che si è rivolto al Sindaco di Milano per chiedergli di firmare un provvedimento di trattamento sanitario obbligatorio (TSO) che permette ai medici d’intervenire in modo coatto. Dopo una serie di consultazioni, il Sindaco risponde dicendo che non ci sono gli estremi giuridici per la firma di un TSO in quanto la signora è maggiorenne, capace d’intendere e volere. Inoltre, la sua decisione non mette a repentaglio l’ ordine pubblico, né l’igiene pubblica. Insomma, nemmeno l’intervento coatto è una strada praticabile. La decisione della signora è giuridicamente ineccepibile, anche se moralmente discutibile: i medici, la legge, la forza pubblica non possono fare altro che rispettarla. L’ultima risorsa è quella della persuasione. Si mobilitano persone che hanno subito un’amputazione in passato per incoraggiare la signora a ritornare sui suoi passi e ad accettare l’intervento. Il Ministro della salute lancia un appello, subito sostenuto da altre autorità istituzionali: “signora, non faccia così! Ci ripensi”.
Non sappiamo come la vicenda andrà a finire. Le uniche cose certe sono la decisione della signora e la morte sicura in assenza di amputazione. Cosa dire da un punto di vista etico? Si può discutere sull’opportunità della scelta della donna, si può essere più o meno in disaccordo con la sua presa di posizione, si può tentare di dissuaderla con gli strumenti del dialogo, ecc. ma si deve riconoscere che lei e soltanto lei ha i titoli morali e giuridici per decidere. I tentativi che sono stati fatti rivelano un comportamento preoccupante da parte dei soggetti coinvolti: prima si è tentato di dichiarare la persona fuori di testa, poi fuori legge, poi un pericolo pubblico. Così facendo, si è montato un caso mediatico che ha spinto alla caccia alla donna che, nel frattempo, aveva lasciato la città di Milano. Infine, si è cercato il dialogo come ultima risorsa. Come mai, invece, non si è cercato subito di cercare di capire i motivi della scelta, invece di prospettare strumenti coercitivi e prevaricatori che disprezzano il libero esercizio della volontà di un cittadino in un ambito di sua competenza esclusiva? Questo modo di fare la dice lunga sulla considerazione che gode la libertà di cura o di non cura che la legge garantisce ai cittadini …
La vita è un dono da amministrare responsabilmente e ciascuno, compresa la signora in questione, risponde e risponderà di come l’amministra. Vi sono scelte opinabili che possono essere discusse, ma non ci si può sostituire alla responsabilità di ciascuna persona. Vincolare un trattamento sanitario al consenso della persona è un punto fermo che nessun potere può mettere in discussione, né tentare di aggirare. Alla signora e alla sua famiglia, si può e si deve chiedere di ripensarci, anche se la sua volontà può e deve essere rispettata.
Leonardo De Chirico
Centro studi di etica e bioetica – Padova
ifed@libero.it
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