LA VIA FRANCESE ALLA FINE DELLA VITA

L’eutanasia torna a far discutere in Europa. Dopo il caso di Terri Schiavo che è rimbalzato al di qua dell’oceano in tutta la sua virulenza mediatica e i dissidi morali che ha suscitato, la bioetica europea ha raggiunto un nuovo punto di compromesso sui temi della fine della vita che rappresenta, di fatto, una novità interessante.

All’inizio del mese di aprile, il Senato francese ha definitivamente approvato la legge sul “diritto a morire” in un clima di contrasti e divergenze che il dibattito non ha appianato, ma su cui il Parlamento ha preso posizione. La discussione francese è avvenuta in un contesto emotivamente condizionato dal caso di Vincent Hubert, un giovane tetraplegico, cieco e muto a causa di un incidente stradale che aveva chiesto al Presidente Chirac il diritto a morire in pace. La sua vicenda ha suscitato un acceso dibattito nazionale, spingendo il legislatore ad occuparsi del tema. Ora che la legge è stata approvata, i sostenitori dell’eutanasia la criticano definendola ipocrita, mentre i fautori della sacralità della vita la considerano ambigua e potenzialmente pericolosa.

Sostanzialmente, la legge fissa tre punti importanti. Il primo può essere riassunto così: no all’eutanasia, sì al diritto a lasciar morire. Da un lato, il provvedimento esclude categoricamente l’eutanasia, mantenendo il divieto assoluto di dare la morte. Dall’altro, però, introduce il ‘diritto a morire’ da parte del paziente in fase terminale, ponendolo in grado di limitare o di cessare qualsiasi terapia. In questo senso, la legge francese è un tentativo di tradurre in norma giuridica quello che si legge nel documento sull’eutanasia del Centro studi di etica e bioetica (CSEB) di Padova (2003) quando afferma: “per quanto difficile sia a volte stabilire la differenza, una distinzione etica tra ‘uccidere’ e ‘lasciar morire’ deve essere mantenuta. Mentre il divieto di uccidere deve essere osservato scrupolosamente dagli operatori della medicina, quale parte integrante della deontologia medica, il ‘lasciar morire’ deve essere visto come l’atto finale del medico che desiste dall’accanimento e, semmai, accompagna il morente con cure palliative che allevino il dolore, per quanto possibile”.

Il secondo punto introduce per via di legge il criterio dell’“ostinazione irragionevole” dei trattamenti medici. Nel codice deontologico dei medici si parla, in genere, di accanimento terapeutico, mentre il Parlamento francese ha preferito un’espressione diversa. In sostanza, si tratta di porre degli argini all’uso improprio della tecnologia medica qualora gli atti di prevenzione, di indagine o di cura appaiano inutili, sproporzionati o senza altro effetto che il mantenimento artificiale della vita. Questa appare una clausola di salvaguardia per i medici che non considerano loro compito intervenire sempre e comunque davanti a una vita che si sta spegnendo, anche in presenza di eventuali insistenze di altri soggetti.

Il terzo punto qualificante riguarda la somministrazione dei farmaci antidolorifici, anche nel caso in cui questi ultimi abbiano come conseguenza l’accelerazione della morte. Oltre alla decisione del paziente di essere lasciato morire e alla lotta all’ostinazione irragionevole dei trattamenti, la legge tenta di promuovere la ‘morte dolce’ mediante il ricorso massiccio alla medicina palliativa e antidolorifica. Anche così si promuove la responsabilità della vita e della morte.

Sarà importante mantenere alta la vigilanza sulla legge come sarà applicata. Ogni legge è perfettibile e rischiosa. Occorre calibrare rischi e opportunità, anche alla luce dell’esperienza. In ogni caso, tra la via olandese che legalizza l’eutanasia e quella italiana che insabbia il dibattito (a proposito: che fine ha fatto la discussione sul testamento biologico?), quella francese indica la possibilità di affrontare il tema della vita e della morte in un’ottica che responsabilizza tutti i soggetti. Non sarà la parola definitiva e nemmeno la migliore, ma è una strada ragionevole che in Italia faremmo bene a tenere presente.

Leonardo De Chirico

Centro studi di etica e bioetica – Padova

20/4/2005

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