LA VIA SVIZZERA ALLA RICERCA SULLE CELLULE STAMINALI
Non potrebbe essere anche quella italiana?
Mentre in Italia si è in attesa di sapere se la Corte costituzionale ammetterà
il referendum abrogativo sulla legge sulla procreazione assistita (la n.
40/2004), in Svizzera i cittadini si sono pronunciati sull’utilizzo di cellule
staminali embrionali a fini di ricerca. E’ vero che le due questioni sono
diverse, ma è anche vero che la legge italiana sulla procreazione contiene anche
il divieto della ricerca sugli embrioni e quindi impedisce l’uso di staminali
che provengono dall’embrione. Questo è un punto sul quale è stato presentato uno
dei cinque referendum e, quindi, vale la pena di esaminare brevemente gli
orientamenti che sono stati adottati nel paese elvetico.
Al termine di un dibattito acceso e civile, la Svizzera ha confermato una legge
del 2003 che vieta la clonazione umana (riproduttiva e terapeutica) e
l’esportazione di cellule staminali. Di fatto, ha confermato una linea
prudenziale rispetto allo spinoso dibattito sulla clonazione e ha messo dei
paletti rigorosi sulla controversa questione del commercio di embrioni. Altri
paesi come la Gran Bretagna e il Belgio hanno adottato provvedimenti più
liberali e possibilisti, mentre la Svizzera si è attenuta a criteri più
restrittivi, ponendo dei limiti significativi ai ‘pendii scivolosi’ paventati
dallo schieramento contrario alla legge. Questo non significa vietare la ricerca
in senso assoluto. La legge svizzera, infatti, permette l’utilizzo di cellule
staminali provenienti da embrioni soprannumerari, cioè quegli embrioni che sono
stati prodotti in vista delle tecniche di fecondazione e che sono congelati nei
laboratori. Questi embrioni sono destinati all’estinzione e la legge li mette a
disposizione della ricerca. Non si tratta di produrre nuovi embrioni a fini di
ricerca, ma di usare quelli che ci sono già e che andrebbero persi comunque.
Qualche osservatore ha giustamente affermato che, così facendo, la Svizzera ha
scelto di dare un sostegno critico alla ricerca, preferendo controllarla
piuttosto che vietarla. L’impianto della legge svizzera collega due criteri
etici importanti: da un lato, un approccio concreto alle questioni poste dalla
scienza; dall’altro, un indirizzo responsabile suggerito alla ricerca.
Al contrario, l’Italia, per non affrontare i problemi della ricerca e per
difendere una concezione sacralista dell’embrione, l’ha vietata in modo
categorico. Così facendo, ha alimentato un atteggiamento anti-scientifico e ha
avallato per via legislativa una visione dell’embrione discutibile.
Anche in Italia, vi sono decine di migliaia di embrioni soprannumerari che la
legge considera intoccabili e che vanno verso l’estinzione. Non potrebbero
essere usati per la ricerca sulle cellule staminali? Non potrebbe essere questo
un punto di convergenza minimo tra le diverse posizioni in campo? Non sarebbe
questa una decisione prudente, realista e responsabile?
Non sappiamo se il Parlamento italiano modificherà la legge n. 40 o se si andrà
al referendum abrogativo. In ogni caso, l’esperienza svizzera dovrebbe suggerire
a tutti una riflessione. Esiste, infatti, la possibilità di modificare la legge
italiana non per aprire indiscriminatamente al “far west” della ricerca
genetica, ma per trovare modi moralmente sostenibili e prudenti di porsi davanti
alle questioni poste dalla scienza. I divieti tassativi della legge attuale,
nutriti dalla sacralità dell’embrione, sono risposte sbagliate a problemi veri
che esigono approcci diversi.
Leonardo De Chirico
Centro studi di etica e bioetica, Padova
17/12/2004
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