VICOLI CIECHI DI FRONTE ALLA CLONAZIONE
Urge un'impostazione diversa
L'annuncio della nascita di Eva, la prima bimba
clonata a venire al mondo,
ha fatto sobbalzare tutti. Al di là della verosimiglianza
scientifica
dell'annuncio, la questione della clonazione è un tema che
inquieta e che
suscita sentimenti molto forti. Tutta la vicenda mette in evidenza
lo
stallo in cui la riflessione etica si trova davanti ai problemi
posti dalla
ricerca genetica.
Da un lato, il magistero della chiesa cattolica,
sulla scorta del principio
metafisico della sacralità della vita umana, pone un veto
morale alla
clonazione riproduttiva ma anche a quella terapeutica, ergendo quindi
ostacoli che di fatto la ricerca ha già superato e che si
è già posta alle
spalle. In realtà, la ricerca genetica non può essere
bloccata con dei veti
moralistici ripetuti anche in quest'occasione dai portavoce della
bioetica
cattolica, tra cui mons. Elio Sgreccia. Semmai, essa deve essere
orientata
da un'etica che coniughi la libertà d'indagine scientifica
e il senso del
limite legato ad ogni attività umana.
Se l'etica cattolica rincorre affannosamente la
ricerca che è molto più
avanti rispetto ai canoni della morale cattolica, il fronte laico
è
anch'esso attraversato da un'inquietudine profonda davanti agli
scenari
aperti dagli sviluppi della genetica. In un libro recente (Il futuro
della
natura umana, Einaudi), il filosofo tedesco Jürgen Habermas
mette in
guardia contro i rischi di una genetica liberale, cioè un
approccio alla
ricerca genetica ispirato all'idea laica che non esistano assoluti
etici se
non l'autonomia della ricerca. Da un lato, Habermas non vuole smentire
il
motivo di fondo dell'etica laica, dall'altro è spaventato
dai rischi
dell'eugenetica (cioè dall'intervento genetico per costruire
uomini
'migliori' sul piano genetico). Arriva allora a prospettare la possibilità
di accettare la cosiddetta genetica 'negativa', che toglie e scongiura
malattie ereditarie, e di mettere al bando la genetica 'migliorativa'
e
pianificante, cioè lo shopping nel supermercato genetico
che permette di
costruire bambini secondo i gusti del mercato.
Quello di Habermas è un
discorso astratto in quanto la linea divisoria tra i due tipi di
genetica
non è poi così chiara. E poi, a dispetto del presunto
rifiuto di assoluti
morali, Habermas chiede soccorso a dei principi religiosi che in
sede
teorica rifiuta. In sostanza, l'etica laica non può far altro
che
certificare ciò a cui la ricerca perviene senza avere strumenti
etici in
grado di orientarla. L'etica cattolica rincorre invano, l'etica
laica
assiste impotente. È necessario un altro itinerario etico
che sblocchi la
situazione e che spezzi la dialettica tra soli laici e cattolici.
La sfida per la riflessione etica evangelica è grande e urgente.
Il caso di Eva è solo l'ultimo richiamo
ad assumersi l'onere di pensare l'etica
secondo categorie che non siano quelle della metafisica cattolica
e nemmeno
quelle della presunta neutralità del pensiero laico. Gli
evangelici sono
chiamati a non balbettare gli argomenti cattolici né a rigurgitare
le tesi
laiche: il pensiero cristiano è in grado di ispirare un'etica
biblicamente
fondata e scientificamente sostenibile. Un'etica che accompagni
la ricerca
verso l'esplorazione della realtà e la sottomissione del
creato, senza
prevaricare il limite creaturale e la finitudine di ogni intrapresa
umana.
Un'etica che sappia valorizzare le norme morali, che sappia interagire
con
le situazioni sempre nuove e che sappia far leva sulla responsabilità
dei
soggetti coinvolti. È inutile gridare 'al lupo, al lupo'
se non si è in
grado di offrire un'alternativa credibile alla domanda di etica
che la
ricerca scientifica presenta. La ricerca corre sempre più
velocemente:
dov'è la riflessione evangelica capace di orientarne la direzione?
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