28/12/2002

VICOLI CIECHI DI FRONTE ALLA CLONAZIONE

Urge un'impostazione diversa

L'annuncio della nascita di Eva, la prima bimba clonata a venire al mondo,
ha fatto sobbalzare tutti. Al di là della verosimiglianza scientifica
dell'annuncio, la questione della clonazione è un tema che inquieta e che
suscita sentimenti molto forti. Tutta la vicenda mette in evidenza lo
stallo in cui la riflessione etica si trova davanti ai problemi posti dalla
ricerca genetica.

Da un lato, il magistero della chiesa cattolica, sulla scorta del principio
metafisico della sacralità della vita umana, pone un veto morale alla
clonazione riproduttiva ma anche a quella terapeutica, ergendo quindi
ostacoli che di fatto la ricerca ha già superato e che si è già posta alle
spalle. In realtà, la ricerca genetica non può essere bloccata con dei veti
moralistici ripetuti anche in quest'occasione dai portavoce della bioetica
cattolica, tra cui mons. Elio Sgreccia. Semmai, essa deve essere orientata
da un'etica che coniughi la libertà d'indagine scientifica e il senso del
limite legato ad ogni attività umana.

Se l'etica cattolica rincorre affannosamente la ricerca che è molto più
avanti rispetto ai canoni della morale cattolica, il fronte laico è
anch'esso attraversato da un'inquietudine profonda davanti agli scenari
aperti dagli sviluppi della genetica. In un libro recente (Il futuro della
natura umana, Einaudi), il filosofo tedesco Jürgen Habermas mette in
guardia contro i rischi di una genetica liberale, cioè un approccio alla
ricerca genetica ispirato all'idea laica che non esistano assoluti etici se
non l'autonomia della ricerca. Da un lato, Habermas non vuole smentire il
motivo di fondo dell'etica laica, dall'altro è spaventato dai rischi
dell'eugenetica (cioè dall'intervento genetico per costruire uomini
'migliori' sul piano genetico). Arriva allora a prospettare la possibilità
di accettare la cosiddetta genetica 'negativa', che toglie e scongiura
malattie ereditarie, e di mettere al bando la genetica 'migliorativa' e
pianificante, cioè lo shopping nel supermercato genetico che permette di
costruire bambini secondo i gusti del mercato.

Quello di Habermas è un
discorso astratto in quanto la linea divisoria tra i due tipi di genetica
non è poi così chiara. E poi, a dispetto del presunto rifiuto di assoluti
morali, Habermas chiede soccorso a dei principi religiosi che in sede
teorica rifiuta. In sostanza, l'etica laica non può far altro che
certificare ciò a cui la ricerca perviene senza avere strumenti etici in
grado di orientarla. L'etica cattolica rincorre invano, l'etica laica
assiste impotente. È necessario un altro itinerario etico che sblocchi la
situazione e che spezzi la dialettica tra soli laici e cattolici.
La sfida per la riflessione etica evangelica è grande e urgente.

Il caso di Eva è solo l'ultimo richiamo ad assumersi l'onere di pensare l'etica
secondo categorie che non siano quelle della metafisica cattolica e nemmeno
quelle della presunta neutralità del pensiero laico. Gli evangelici sono
chiamati a non balbettare gli argomenti cattolici né a rigurgitare le tesi
laiche: il pensiero cristiano è in grado di ispirare un'etica biblicamente
fondata e scientificamente sostenibile. Un'etica che accompagni la ricerca
verso l'esplorazione della realtà e la sottomissione del creato, senza
prevaricare il limite creaturale e la finitudine di ogni intrapresa umana.
Un'etica che sappia valorizzare le norme morali, che sappia interagire con
le situazioni sempre nuove e che sappia far leva sulla responsabilità dei
soggetti coinvolti. È inutile gridare 'al lupo, al lupo' se non si è in
grado di offrire un'alternativa credibile alla domanda di etica che la
ricerca scientifica presenta. La ricerca corre sempre più velocemente:
dov'è la riflessione evangelica capace di orientarne la direzione?

CSEB
C.P. 756
35100 Padova
ifed@libero.it

Centro studi di etica e bioetica (CSEB)
 - E-Mail