La vita non è sacra, né dipende solo dalla qualità

L’etica evangelica indica un’altra via

In etica, molte scelte dipendono dal valore che viene attribuito alla vita. Nel dibattito attuale, vi sono due modelli di riferimento che si confrontano continuamente, ma che sono entrambi insoddisfacenti per affrontare le sfide etiche del nostro tempo. Da un lato, c’è la concezione cattolica della sacralità (o santità) della vita; dall’altro, quella laica della qualità della vita.

Secondo la prima concezione, la vita biologica, dal concepimento alla morte, possiede una sacralità intrinseca che la rende indisponibile all’intervento umano. Questa tesi è fortemente richiamata dal magistero cattolico, ma non è l’unico modo in cui si presenta. Negli ultimi decenni, infatti, sulla scia della larga diffusione della filosofia personalista, il cattolicesimo si richiama con forza anche alla dignità della persona. La cultura cattolica più aperta non fa riferimento esplicito alla sacralità della vita, ma preferisce argomentare la dignità della persona. Secondo quest’ottica, l’uomo è dotato di una dignità originaria ed inalienabile che conferisce alla persona un valore intrinseco di fine in sé. Al di là della differenza di termini, vi è una stretta continuità tra sacralità della vita e dignità della persona: lo stesso approccio deontologico (il dovere di rispettare la vita e la persona), un simile un impianto metafisico (la vita e la persona sono sacre/degne per natura), la medesima astrazione concettuale (la vita in generale e la persona in quanto essere razionale), la stessa concezione della pratica medica (la tradizione neo-ippocratica). Secondo la cultura cattolica, quindi, la vita biologica è qualcosa da salvaguardare con grande attenzione in quanto è portatrice di un segno di sacralità e/o di dignità che non vengono mai meno. Dalla sacralità della vita discendono, ad esempio, il divieto della sperimentazione sugli embrioni e dell’eutanasia.

L’etica laica, invece, sostiene un altro modello di riferimento: la qualità della vita. Secondo questa corrente di pensiero, la vita non è un dato metafisico, quindi indisponibile alla manipolazione umana, ma un’esperienza variabile la cui qualità cambia a seconda di molti fattori. Il suo valore non è intrinseco, ma dipende dai modi in cui è vissuta, per cui è la qualità a determinarne il valore. In presenza di gravi malattie o di sofferenze prolungate, ad esempio, una qualità accettabile di vita viene meno e, con essa, viene meno il dovere etico di continuarla a vivere. Sull’argomento della qualità della vita, si innesta quello dell’autonomia dell’individuo. Il singolo uomo è ritenuto il decisore insindacabile rispetto alla valutazione della qualità della sua vita, fino al punto di avere il diritto di pretenderne l’interruzione. In presenza di una sua deliberazione cosciente, informata ed autonoma, è giusto rispettare la decisione dell’individuo di mettere fine alla sua vita la cui qualità è percepita come irrecuperabile. In forza dell’argomento della qualità della vita, l’etica laica non ha criteri stabili di decisione, ma molto dipende dalle circostanze e, soprattutto, dai soggetti coinvolti.

Che dire di questi argomenti? È necessario scegliere tra la sacralità della vita e la qualità della vita? Da un punto di vista etico, entrambe le impostazioni sono insoddisfacenti in quanto elevano uno o più elementi della questione a criterio discriminante e appiattiscono così il ragionamento etico ad un solo lato della questione.

L’etica cattolica eleva a norma assoluta un principio che tende a sacralizzare il dato biologico della vita, senza tenere in adeguato conto le altre e ugualmente importanti dimensioni della vita umana: il progetto, le relazioni, la responsabilità. Anche il più recente richiamo alla dignità della persona, per quanto importante, rimane nell’ambito di un valore che assolutizza una proprietà sostanziale, ma non tiene conto della libertà della persona e della diversità di ogni esperienza. In più, la cornice della tradizione medica ippocratica, per quanto rivista e precisata, mantiene il primato del medico nella relazione clinica e non responsabilizza a dovere il malato che è il soggetto principalmente coinvolto nella malattia.

D’altro canto, l’etica della qualità della vita non è soddisfacente perché fa dipendere la scelta morale da criteri del tutto soggettivi e fa leva su una concezione anch’essa astratta della persona. Il malato, per quanto soggetto responsabile della sua esistenza, non è mai isolato rispetto ad un contesto di relazioni che è necessario valorizzare insieme alla sua responsabilità. Per questo, la sua libertà non può essere scambiata per un’autonomia assoluta, ma deve essere esercitata nell’ambito di legami intersoggettivi. In più, la qualità della vita, per quanto da considerare molto attentamente, può diventare una variabile bizzarra se sganciata da valori di riferimento che accompagnano comunque l’esistenza, anche quella travagliata di una malattia grave e sofferta.

Se l’etica cattolica della sacralità della vita è ingessata su norme assolute, ma non rende adeguatamente conto delle situazioni diverse e dei soggetti coinvolti, quella laica della qualità della vita è alla mercé di soggetti dotati di autonomia assoluta, ma non rende conto del contesto in cui si vive e delle norme cui la vita è soggetta. La prima è una forma di biolatria (culto della vita), la seconda una forma di egolatria (culto del sé).
Per affrontare il tema del valore della vita, è opportuno valorizzare e tenere uniti il massimo di elementi possibili. La riflessione deve infatti considerare l’elemento normativo (i valori di riferimento), quello situazionale (le circostanze concrete) e quello esistenziale (i soggetti coinvolti). Anziché enfatizzarne uno a scapito dell’altro, è necessario tenere presenti tutti gli aspetti facendo in modo che si informino a vicenda. L’interazione tra norma di riferimento, situazione concreta e persone coinvolte è determinante per non prestare il fianco a sterili riduzionismi. I casi etici specifici vanno dunque collocati all’interno di una griglia sufficientemente chiara ed elastica nel medesimo tempo.
È necessario essere consapevoli che, contrariamente a quanto asserisce un linguaggio diffuso anche in ambienti religiosi, la vita non è sacra, ma è un dono prezioso. L’attribuzione di sacralità alla vita appartiene ad un universo magico e pagano, mentre è del tutto estranea al messaggio biblico che smitizza la realtà dai rivestimenti idolatrici e la riconsegna nella sua dignità di creazione finita. La vita bisogna rispettarla e coltivarla, non idolatrarla. È bene curarla, non perpetrarla a tutti i costi. È da valorizzare, non da deificare. In più, la vita biologica, da sola, non è vita umana, ma solo una parte, tra le altre, che contribuisce a determinare la vita umana. Le funzioni biologiche non sono coincidenti con la vita umana in quanto quest’ultima è espressione di un progetto vitale più ampio che include la facoltà di stabilire delle relazioni significative e di perseguire un progetto di vita. La vita non costituisce qualcosa di sacro in sé e per sé, ma è qualcosa di degno per la relazione che ha con Dio e che fonda la possibilità di vivere relazioni significative e responsabili. Alla luce della fede cristiana, la vita biologica è un dono di Dio, ma allo stesso modo lo sono anche la vita spirituale ed eterna, per cui la prospettiva sulla vita è molto più ricca rispetto al dato biologico.

Anche il discorso della qualità della vita è deficitario, in quanto la vita può essere portatrice di un valore che va al di là di parametri funzionali arbitrari. Occorre coltivare un senso della vita che rifletta la pienezza delle sue componenti e che sappia anche fare i conti con la sua finitudine, quindi anche con la morte. In questo senso, vita e morte non sono da considerare valori assoluti e nemmeno esclusivamente legati ai parametri biologici. La sacralità e la qualità non aiutano a fare i conti sino in fondo con le sfide dell’etica e occorre tracciare un’altra via per riconoscere alla vita un valore che dipende sì da norme di riferimento, ma che sappia anche valorizzare le diverse esperienze di vita e le persone concrete che la vivono.

Leonardo De Chirico
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Centro studi di etica e bioetica (CSEB)
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