Responsabilità e prospettive della teologia

Introduzione: un ambito impopolare. Abbiamo la necessità di fare un bilancio, ma penso che sarebbero ben pochi quelli disposti ad associare il compito di un bilancio giustamente ad una disciplina come la teologia. Oggi, pur essendo la necessità e l’urgenza di fare un bilancio, molto forte, è altrettanto forte il sentimento che la necessità di un bilancio e semmai le prospettive per un futuro, debbano essere in qualche modo associate ad altre discipline che godono inevitabilmente di maggiore successo. Penso all’economia, alla politica, alla sociologia. Chi mai assocerebbe alla teologia il compito di fare un bilancio del tempo passato e di offrire, con tutto il senso della propria umiltà, delle prospettive per il futuro. Questo sospetto diventa ancora più forte tutte le volte che si pensa ad una disciplina che in qualche modo dà l’impressione di un sapere inglobante. Il nostro è il tempo del frammento, della parzialità delle opinioni, della parzialità delle prospettive. Quindi, pensare alla teologia, che in qualche modo ha invece un’ambizione più inglobante, più assorbente, è assai difficile e impopolare. Mi avvicino anch’io con molto timore e tremore, con il senso anche dei miei limiti, per dire solo alcuni punti. Io dividerò la mia relazione in due punti fondamentali: tenterò di fare un primo bilancio sulle responsabilità della teologia, quelle che a me sembrano avere determinato la frammentarietà del nostro mondo, avere favorito, in qualche modo, la frammentarietà del nostro tempo, e mi pare che là la teologia abbia avuto una responsabilità precisa; e poi nella seconda parte della relazione cercherò di tratteggiare, invece, delle prospettive, per una teologia che voglia guardare avanti, indicando tre elementi.

Le responsabilità della teologia. Io penso che la teologia abbia realmente avuto delle responsabilità non indifferenti nel senso che ha favorito la frammentazione del sapere. Questo è avvenuto quando si è accettato che Dio fosse collocato in una sfera estranea alla storia. Si è pensato che Dio potesse essere semplicemente il punto tangente ad una circonferenza, al nostro mondo. Io collocherei questo momento, questa svolta, ai tempi di Kant, cioè quando mi pare che la teologia abbia in qualche modo respinto la metafisica tradizionale ed abbia accettato la divisione del mondo, in un modo che era, una parte il mondo terreno, e poi c’era l’aldilà. Questa divisione avvenuta, a mio modo di vedere, ai tempi di Kant, ha accettato l’impossibilità della sintesi. La sintesi fra l’aldilà e l’aldiqua è diventato qualcosa di impraticabile sul piano della razionalità. Questa era, in  fondo, una divisione che doveva essere accettata, pagata, per potersi fare accettare dentro all’universo della scienza. O la teologia perdeva il diritto di cittadinanza all’interno del mondo scientifico, oppure accettava questa divisione, che in fondo era una divisione filosofica, epistemologica, ecc. e quindi riusciva a conservare, all’interno del mondo cosiddetto scientifico, il proprio posto. In questo modo la teologia è diventata sempre più astratta, sempre meno concreta, sempre meno reale. Quando ha tentato di essere reale, concreta, non faceva altro che dire delle cose ovvie, cose che appartenevano al pubblico dominio. Per cui ha accettato sostanzialmente due piani di ragionamento: da un lato le scienze della natura, in cui si è cercato di spiegare ciò che accadeva, dall’altro, invece, le scienze, le discipline dell’interpretazione della storia, in cui si cercava, invece, di comprendere la realtà. Quindi, da un lato, l’esistenza, con tutta la sua problematicità, con tutti i suoi aspetti soggettivi, sfuggenti, e dall’altro, invece, la ragione, le sue verità più generali, più asettiche o “oggettive”. I fatti che si potevano osservare sono diventati una cosa, e la storia, invece, come il luogo, l’ambito delle decisioni esistenziali dell’uomo, è diventata tutt’altra cosa. Quindi, pur dicendo che Dio era una realtà estremamente importante nella propria concezione del mondo, la teologia ha finito per accettare di glorificare Dio, di servire Dio, attraverso lo strumento della ragione. Potremmo però anche aggiungere, per il corso della teologia moderna, altri strumenti come la coscienza, l’intuizione, l’esperienza, la prassi, ecc. Assume, comunque, la razionalità, la ragione, come elemento semplificatore di questa dimensione, per cui la ragione è stata collegata, in maniera più o meno corretta, con la teologia. Essa è diventata il “mezzadro” della teologia. Dio è una cosa, e Dio si farebbe conoscere attraverso il “mezzadro” della ragione. Dio è il proprietario, la ragione il “mezzadro” che funziona per l’uomo. Qui c’è il grande interrogativo, che io pongo: può la ragione funzionare come una realtà a sé stante? Può essere considerata la ragione l’elemento veramente autosufficiente che prescinde in qualche modo dalle altre dimensioni, che sono le dimensioni dell’uomo che pensa, dell’uomo che ragiona? Questa divisione tra l’aldilà e l’aldiqua, tra azione e riflessione, tra oggettività e soggettività, tra agire e pensare, tra concreto ed astratto, tra natura e storia, e potrei continuare, mi sembra che abbia consentito alla teologia di rimanere nell’ambito delle scienze, mi è sembrato che la teologia, in qualche modo, riuscisse a trovare uno spazio di credibilità, all’interno del mondo, diciamo, delle scienze. C’è stata, finalmente, una specie di “chiarificazione”: si capiva di che cosa si occupava la teologia. Questa però che, a mio modo di vedere, sembra una chiarificazione iniziale del ruolo della teologia, si è tradotta inevitabilmente, in una mutilazione del lavoro teologico. Si è diviso, per chiarire, e si è perso di vista un elemento del mondo, una parte della realtà, e quindi si è realizzata una polarità sempre più forte, sempre più grande, per cui da un lato c’era l’assunzione dell’autonomia, dall’altro l’accettazione del credo. Nell’ambito teologico, si è vissuto, si è percorso questa strada, come, due elementi, due frammenti della realtà che sono in qualche modo difficili da conciliare l’uno con l’altro. Si dice “io credo”, si confessa il Credo anche storico della Chiesa, ma poi si assume l’autonomia, e cioè l’uomo che si pone come legge a sé stesso, come altro elemento del sapere teologico. L’insufficienza di questa impostazione è diventata, a mio modo di vedere, sempre più evidente, con l’indebolimento, causato da tante ragioni, ma la principale, potremmo dire è stata il crollo dei miti dell’Illuminismo. Il momento in cui ci si rende conto che, in sostanza, questa divisione non può essere mantenuta all’infinito, e quindi si tenta di comporre questi due termini. Si è così mantenuta una distinzione, ma si è cercato di collegare in maniera dialettica ciò che si esclude: Dio e l’uomo, l’eternità e il tempo, la rivelazione e la storia. Quindi si è esaltato il paradosso, la tensione fra questi elementi, sostenendo che l’unica possibilità di sintesi era una sintesi “dialogica” anche “dialettica”. Per cui non si è riusciti, pur con la buona volontà, a superare questa divisione fra un approccio descrittivo della realtà, all’impegno oppure, visto che siamo testimoni di Gesù Cristo, “l’ascolto confessante” della fede. Questa composizione anche in termini teoretici mi pare non si sia colmata, non si sia risolta, per cui si è finito, secondo me, si è assistito, in qualche modo, al riemergere della soggettività, perché in questo processo, che colloca da un lato “l’ascolto credente”, confessante, l’ascolto del credente e, dall’altro lato, il semplice approccio descrittivo della realtà, non si è riusciti a trovare un punto di sintesi. Per cui anche queste proposte, che apparentemente sembrano più “mobili”, rispetto all’impianto kantiano, all’impianto teologico proveniente dal mondo kantiano, anche queste proposte apparentemente “mobili”, che hanno coltivato questa elasticità, questa “fluidità” del pensiero, che hanno tentato, in qualche modo di spingersi, di proiettare la fede verso dei traguardi più avanzati, mi sembra che sia rimasta ancorata alle rigidezze delle dualità iniziali. Si è tentato, in qualche modo di superarle, ma non ci si è liberati di quelle che erano delle premesse, a mio modo di vedere, inaccettabili. Io dico “la separazione iniziale” e la “mutilazione”, che io deduco da questa separazione iniziale, non sono però solo un fenomeno di mutilazione del sapere, ma portano spesso con sé anche dei fenomeni di esaltazione. Perché in questa impresa, che apparentemente si presenta come modesta, ragionevolmente umana, è difficile evitare l’ingigantimento di queste analisi settoriali. Ogni disciplina, col tempo, mi pare tenda a collocarsi come qualche cosa di più ampio, a delinearsi come qualche cosa che io tenderei a vedere come un “ingigantimento” delle competenze, una specie di “universalizzazione” delle proprie analisi. Mi sembra che, mentre da un lato, si è rifiutato o si è guardato con una certa diffidenza, l’idea dell’elemento universale, inglobante, ecc. dall’altro, si è finito per ingigantire il particolare. Quasi che questa nostalgia dell’assoluto, questa nostalgia dell’universale, dovesse essere in qualche modo ricuperato dentro il particolare, perché noi, questa evidentemente è la mia lettura, noi siamo “uomini dell’universale”, malgrado tutto. La divisione, per cui, la mutilazione, ecc. porta con sé questo elemento di ingigantimento del particolare. L’uomo deve, anche quando, modestamente si sofferma solo su un elemento della realtà sensibile, deve poi in fin dei conti, ragionare in termini universali. Un esempio potrebbe essere alcuni scienziati che hanno compiuto delle scoperte importanti ed hanno contribuito, nell’ambito del sapere scientifico, a fare delle scoperte di cui la nostra società ha sicuramente beneficiato. Quante volte si va dallo scienziato che ha scoperto quel particolare elemento nell’ambito della scienza, e gli si chiedono delle prospettive per un sapere molto più inglobante. Si va a chiedere a chi ha sviluppato le proprie competenze e che si è accreditato in termini accademici nell’ambito di una particolare elemento, analisi, della realtà del nostro mondo, gli si va a chiedere qualche cosa che riguarda, invece, l’universale. Mi sembra che ci sia li questo “bisogno nascosto”, soffocato, occultato, ma pure presente nella vita dell’uomo, che è la “nostalgia dell’assoluto”. Questo è il dramma della nostra società. Entriamo in possesso di una energia, di un potere talmente elevato, senza avere le capacità di gestire questo potere, senza avere il sapere che sa gestire il potere, senza avere la saggezza che può, in qualche modo, aiutare a ragionare in termini più globali. Per cui il sapere rimane privo, anche quando è vero, di quell’unità che imprime sulla coscienza il senso di una vocazione unica, e realmente profonda, suprema, che cioè quella di glorificare Dio. Questo è l’unico compito della teologia. Allora, la teologia ha sicuramente delle responsabilità, davanti al nostro mondo, davanti al nuovo millennio, perché ha accettato, gran parte della teologia, questa divisione del mondo, ha legittimato questa mutilazione ed oggi assistiamo a questo ingigantimento, a questa universalizzazione, che io chiamo molto spesso “deliri di onnipotenza” legati al particolare.

Prospettive della teologia. Quali sono le prospettive che, secondo me, vi sono per una teologia del domani? Io indico tre semplici strade.

1) La necessità di riqualificare l’impegno. Se per teologia si intende non quello che ho detto prima, legato ai condizionamenti del periodo kantiano, veramente l’espressione di ciò che la fede crede, di ciò che la fede spera, di ciò che la fede ama, se per teologia si intende proprio questo, allora la teologia non si può accontentare di essere semplicemente un modo di pensare. La teologia deve pensarsi come un modo di agire. Non è solo il luogo in cui si pensa, ma il luogo in cui si fa. La teologia non appartiene ad un mondo separato dall’esperienza quotidiana. La teologia pensata in questi termini, se è veramente la teo – logia, legata a questa concezione di Dio, allora non può accontentarsi di essere semplicemente una riflessione, ma è un qualcosa che prende invece su di sé la responsabilità dell’azione, in un mondo che sente drammaticamente il bisogno di una autentica, reale unità per la vita. Solo una vera teologia può suggerire delle piste per una vera compattezza, per un vero “compattamento” dell’uomo. Qui si misura tutto il senso della teologia. La teologia evangelica deve avere il coraggio oggi di pensarsi come “etica della piazza pubblica”, deve osare essere presente sulla piazza pubblica. Purtroppo molto spesso non accade così, non è accaduto così. La teologia evangelica deve avere il coraggio di essere presente sulla piazza pubblica, proprio se si pensa non solo come pensare, ma come agire dell’uomo. Quindi non semplicemente “essere” sulla piazza pubblica come un qualche cosa che serve alla “coreografia moderna”, serve semplicemente a mettere a tacere le coscienze moderne, ma come qualche cosa che vi partecipa a pieno titolo. La teologia, quindi, non può essere sulla piazza pubblica se non impegnandosi al di là dei frammenti, senza accontentarsi dei frammenti, e fare propria una visione del mondo che oggi offra una visione alternativa. La teologia, se è la teologia di Dio, e non complice della mutilazione, della divisione del sapere, se pensa come azione sulla piazza pubblica, è l’etica, è la presenza dell’azione collegata alla rivelazione biblica. Il futuro della teologia passa attraverso questo impegno a 360 gradi. O la teologia si pensa come impegno culturale a 360 gradi, oppure perde questa dimensione che io chiamo “la riqualificazione dell’impegno” sulla piazza pubblica, sul piano pubblico.

2) Ri-orientare la spiritualità. Oggi per “spiritualità” si intende tutta una serie di significati, di esperienze personali, ecc. che sfuggono ad ogni tipo di controllo. Per cui anche una generica emozione sembra talvolta rientrare oggi nelle forme di spiritualità. Io dico molto semplicemente che bisogna “riteologare il paesaggio della spiritualità”. O la spiritualità ha delle coordinate, dei criteri, degli elementi entro i quali la spiritualità non è semplicemente l’esperienza in individuale, il sussulto emotivo della persona, ma ha delle coordinate di tipo più oggettivo, ha dei riscontri di qualche tipo, oppure si sta parlando di qualche cosa che io avrei grande difficoltà a collegare a coloro che comunque sono considerati dei grandi maestri di spiritualità. Penso che Abrahamo, Mosè, Isaia, Paolo, sono pensati come dei grandi maestri di spiritualità, ma se si prescinde da delle categorie, da dei filtri con cui si verifica l’autenticità della spiritualità, diventa molto difficile assimilare l’esperienze cosiddette di spiritualità a maestri di spiritualità come possono essere quelli che ho citato. O la spiritualità trova dei criteri valutativi, degli strumenti di valutazione, oppure è molto difficile pensare ad una vera spiritualità. E’ entro queste coordinate che il popolo di Dio ha sempre vissuto la propria spiritualità. Potremmo aprire una grande parentesi storica per dire che la spiritualità è ciò che è “qualche cosa che è impregnata nella conoscenza stabile e certa della volontà di Dio, fondata sulla promessa gratuita data in Gesu Cristo, rivelata al nostro intendimento e suggellata nel nostro cuore dallo Spirito Santo”. In questa definizione c’è tutto il materiale per una relazione. Era questo che permetteva ai Puritani di parlare di “teologia pratica”. Questo era quello che consentiva di unire la riflessione con la dimensione della spiritualità. Molte volte, ora, la riflessione, l’interesse per la spiritualità che si registra oggi, mi sembra quasi un tentativo di esorcizzare quello che è l’impasse della riflessione teoretica. Siccome non si riesce più ad avanzare sul piano teoretico, ci si mette a riflettere sul piano semplicemente della spiritualità, quasi che in questo modo si potesse superare l’angoscia. La teologia evangelica non  può nutrirsi di una simile angoscia. La teologia evangelica non  ha bisogno di sforzarsi nel conciliare, nel collegare, nel fondere la riflessione e la spiritualità, la riflessione e l’esperienza. Quando c’è bisogno di fare questo lavoro, di raccordo, vuol dire che è teologicamente debole, che è evangelicamente spuria la teologia che si fa. O la teologia è impregnata di vera spiritualità, oppure non è vera teologia.

3) Rifondare la trascendenza. Non solo si tratta di riqualificare l’impegno, di riorientare la spiritualità, ma di rifondare la trascendenza. La questione della rifondazione è una questione molto complessa. Su di essa si scontrano posizioni contrastanti molto forti. C’è chi nega la possibilità di una qualunque fondazione. Dall’altro c’è chi è incapace di collegare la fondazione con il processo, invece, storico, che sottende la fondazione stessa, che deve sottendere la fondazione stessa del pensiero. Ora dico, sia la violenza di coloro che respingono qualunque fondamento, sia la violenza dell’anti-fondazionalismo, il rifiuto delle fondazioni, sia la violenza che io chiamo del neo-fondamentalismo, sono delle alternative, a mio modo di vedere, rovinose per la teologia. Una visione che rifiuti il fondamento non offre spunti, è un trampolino nel vuoto, è un qualche cosa che non ha prospettive per il futuro. E una visione che riduce tutto in maniera piatta, in maniera rigida, sganciandosi in qualche modo da questo processo storico, è in qualche modo un procedimento, una visione, che è pessimistica, che è incapace di creare nei confronti del futuro. Io credo, invece, che la trascendenza, in termini cristiani, in termini biblici, quella che può essere fondata in maniera giusta sulla Parola di Dio, è quella che esprime l’obbedienza della persona ad una fede che è creduta e vissuta, sulla base del fondamento che è la Parola di Dio. E’ su questo fondamento che si superano queste dualità di cui parlavo, quelle dualità laceranti che portano ad una divisione, se si vuole mantenere la prospettiva della Scrittura, che non è una visione dualistica, ma è una prospettiva storica. Allora è possibile andare al di là di questa divisione di cui parlavo all’inizio. C’è bisogno di questo sacro, ma non il sacro di cui si parla oggi. Il sacro vero, il sacro che si radica nella Parola di Dio. Io credo che Colui che ha scelto di rivelarsi, è anche Colui che garantisce, in questo processo del conoscere attraverso la Sua Parola, quando è una Parola illuminata dallo Spirito Santo. E’ questa la Parola che turba, ma anche acquieta, che solleva gli interrogativi, ma anche risponde loro, che inquieta, in qualche modo, ma anche sazia. E’ la Parola che contiene al proprio interno tutti gli strumenti, gli elementi per superare le dualità. Il nostro mondo ha bisogno di avere lo sguardo alto, molto alto, altrimenti non vi sono che bassezze. Quando si guarda “alto” non lo si può fare se non attraverso la Rivelazione di Dio, che è la rivelazione di Dio nella storia.

Conclusione

Concludo con qualche considerazione. Volge al termine un tempo che è post- in tutto. Si dice post-moderno, si potrebbe dire post-coloniale, post-ideologico, post-cristiano, post-denominazionale. Se c’è un futuro per il nostro mondo, dico, non potrà essere un futuro “post-teologico”, un futuro in cui la teologia perderebbe il suo diritto di cittadinanza nella città dell’uomo. La teologia, si, ha avuto una grave responsabilità, perché non ha sempre tenuto alta questa Parola della Vita. La teologia ha una grande responsabilità nel ridelineare, nel riaffermare che Dio è, che Dio esiste, che Dio ha un Suo ruolo, all’interno del nostro mondo, anche nel nostro mondo moderno. Non come la teologia medioevale, la teologia del passato, la “regina scientiarum”, non questo tipo di teologia, ma questa istanza critica permanente, questo interrogativo permanente sull’esistenza dell’uomo nella sua totalità, che riguarda l’etica, che riguarda la sua spiritualità, che riguarda il senso del sacro dell’uomo. Qui si tratta proprio di fare quello che da Kant in poi gran parte della teologia ha perduto di vista: si tratta di rompere con le dualità del paganesimo, per confessare l’unità del disegno biblico, che non è un disegno di carattere dualistico, ma che è un disegno di carattere storico, quindi riqualificare l’impegno, riorientare la spiritualità, rifondare la trascendenza. Quasi tre vertici di un triangolo, un modo per unire ciò che troppo facilmente è stato diviso. L’adesione alla verità sarà segnata da un’autentica spiritualità, si tradurrà in una vera praticità, e farà fiorire le energie, quelle vere, quelle sane, di cui si parlava, per fiorire e per celebrare il vero Dio. E’ l’appello ad  un’unità, ad una vera unità. Non è detto forse, in Matteo 11, “Ora dai giorni di Giovanni Battista, fino ad oggi, il regno dei cieli è preso a forza, e i violenti se ne impadroniscono”? Io credo che i “violenti” sono coloro che hanno capito la drammaticità dei tempi in cui viviamo, tempi di frammentazione, di mutilazione, di ingigantimento delle scienze. “Dai giorni di Giovanni Battista” c’è stata una svolta. E qui dice che non semplicemente si tratta di persone che hanno coscienza dei tempi, ma hanno coscienza “del regno”. Il regno evoca la totalità dell’esistenza. Il regno evoca tutta la realtà nella quale il credente, il teologo deve essere impegnato, e vi deve essere impegnato con questa sacra determinazione, i “violenti* è una parola insolita soprattutto nell’attuale contesto di “tolleranza”, è una parola forte quella che usa il Signore Gesù. I violenti, però, sono coloro che possono ancora stare nell’Areopago, che possono starvi con questa serenità, con quella certezza, affinché sia riaffermato oggi ciò che è stato affermato ieri, affinché il domani sia pieno, realmente, della gloria di Dio.

(fine)