Il campo etico: tra assolutismo e relativismo

(Leonardo de Chirico)

 Io mi pongo un obiettivo più modesto. Vorrei tracciare un quadrilatero costruito sulla base di un testo biblico: Atti 17, che cercherò di leggere in modo sapienziale per mettere a fuoco un problema: nel momento in cui si affronta il futuro, lo si fa a partire da un’eredità ricevuta dal passato, e da un’analisi del presente. Noi, come credenti, abbiamo nel testo biblico un riferimento da cui partire, per interpretare il presente ed individuare delle piste verso le quali dirigerci nel futuro. Il luogo classico dell’incontro con le religioni è proprio il testo di Atti 17, la permanenza dell’apostolo Paolo ad Atene. Sulla scorta di questa lettura sapienziale vorrei cercare di inquadrare la questione del campo interraligioso, prendendo degli spunti che non sono semplicemente evocativi, ma spunti in qualche modo paradigmatici, certamente da leggere alla luce dell’analogia della fede, alla luce dell’interpretazione complessiva che la Scrittura presenta di sé stessa. Cercheremo poi di prolungare questo spunto ricevuto dal testo biblico nella riflessione sulle prospettive.

 1. L’incontro. Il primo lato del quadrilatero riguarda l’incontro, incontrare le religioni. L’episodio di Paolo ad Atene è un episodio di incontro fra l’apostolo e l’ambiente religioso di Atene. La prima cosa che il testo ci dice è che Paolo, arrivando in questa città, osserva, si sforza di conoscere con gli occhi la città in cui è capitato. Guarda per cercare di capire. Non è spinto dalla curiosità del turista fai da te, ma appare motivato dalla necessità di comprendere che è propria del missionario. Il suo obiettivo particolare pare essere quello di capire e carpire il fenomeno religioso degli ateniesi. Però è l’incontro visivo fatto di osservazioni.

 2. Contatto personale. La seconda dimensione dell’incontro con le religioni avviene tramite il contatto personale. Non solo Paolo guarda, ma inizia la sua permanenza nella città di Atene, cercando il volto delle persone: sinagoga, piazza, areopago, infine raggiunge l’Areopago, il luogo addetto ai dibattiti cittadini, dove si confronta con gli intellettuali. IL passo verso l’incontro personale è da sottolineare in questo episodio. Non si accontenta di una conoscenza astratta, frutto della percezione visiva, ma vuole incontrare fisicamente, discorsivamente, gli interlocutori. Cerca la compagnia delle persone.

 3. Dialogo. La terza dimensione è quella del dialogo. Oggi sembra il nuovo idolo della sensibilità moderna e post-moderna. Il testo ci favorisce un vocabolario essenziale del dialogo cristiano con le altre religioni. Quattro verbi sono contenuti in questo breve testo, indicativi di quanto è ricco il vocabolario cristiano del dialogo: discorrere, conversare, dire, annunciare. Tutti parte dello spettro semantico delle possibilità del dialogo. Ogni verbo dà al dialogo una sfumatura precisa. Presi nel loro insieme, trasmettono ognuno la ampiezza delle possibilità dialogo. Paolo dialoga per annunciare, non è un fine a sé stesso, ma è funzionale all’annunzio dell’Evangelo. Dialoga per annunciare. L’annunzio rientra a pieno titolo del dialogo, senza pudori o auto-censure. Tuttavia dialoga e dialoga con tutti.

 4. Conoscenza del contesto. Quarta modalità: citazione del testo poetico pagano Arato di Cilicia. Nel suo bagaglio di letture c’è anche il poeta Arato. Conoscenza delle fonti, sufficiente per citarne una, precede la missione. Prima c’è un’attività di studio della realtà stessa. Lo sforzo missionario passa anche attraverso l’esigenza di conoscere le fonti della cultura e della religione.

 5.  Partecipazione emotiva. Il quinto modo in cui il testo ci presenta l’incontro dell’apostolo Paolo con le religioni di Atene ci parla della partecipazione emotiva. Paolo non è uno scienziato di laboratorio che esegue il suo esperimento in modo asettico. Paolo vede la città piena di idoli, e il suo spirito si inacerbisce. Al coinvolgimento della vista e della mente, si aggiunge anche il coinvolgimento dello spirito. Non può essere altrimenti. Il confronto con l’altro, e con l’altro di altre religioni, ha un costo. Per lui è l’inacerbimento dello spirito, produce, in altre parole, fastidio, imbarazzo, disagio. Nel rapportarsi alle religioni ci si mette in gioco interamente, anche soffrendo per quello che si vede. Il dialogo non è tanto esercizio di gioia, ma anche di inacerbimento dello spirito, che è propria di Paolo. Qui c’è grande realismo dei suoi sentimenti, non fredda analisi, non una fredda descrizione di ciò che vede, ma partecipazione intensa a livello emotivo. Eppure l’inacerbimento dell’animo non inibisce l’incontro. Non è un ostacolo troppo alto, un prezzo troppo alto da impedire l’incontro. Paga il prezzo in vista di incontrare.

 Le lezioni di questo testo

 1.

Il secolo nuovo favorisce incontro fra le religioni, nel senso che crea occasioni di scambio, di convivenza fra persone di religioni diverse. Anche nel nostro paese si accoglie grandi quantità di espressioni religiose. Il laboratorio italiano è nuovo nel suo genere. Oggi non siamo più la sola minoranza, ma minoranza fra le minoranze. il testo ci suggerisce di cercare l’incontro con onestà senza vivere in un ghetto culturale, come evangelici. Siamo una minoranza fra le minoranze all’interno di un contesto pluralistico. Il testo di Atti ci suggerisce di considerare l’incontro con gli altri con sincerità ed onestà, anche pagando un onere in termini emotivi. Solo chi vuole vivere in un ghetto culturale non si apre al confronto religioso. Certamente Paolo non era uno di questi.

 2.

Il secondo lato, che voglio semplicemente evocare, riguarda la necessita di “teologizzare le religioni”. L’incontro, in tutte le sue dimensioni, non è sospeso nell’aria, nel senso che è sempre situato teologicamente. L’osservazione, per quanto ampia non è mai neutra, le relazioni mai incontaminate, il dialogo mai privo di attese, lo studio non è mai disinteressato. Nell’incontrare le religioni si mette in giuoco la propria teologia delle religioni. Paolo non è un semplice spettatore, ma l’Evangelo in cui ha creduto gli permette di valutare teologicamente il fenomeno religioso che incontra. Come lo fa? Dirlo oggi è come macigno pesante e appuntito, qualcosa di ingombrante nell’attuale sensibilità del dialogo interreligioso. Egli fa riferimento esplicito all’idolatria. Paolo osserva una città piena di idoli. Questa parola nella Bibbia non ha valore neutrale, piccolo o descrittivo, ha un valore teologico pesantissimo. Dal Decalogo all’Apocalisse il riferimento agli idoli ed all’idolatria è giudizio netto e tranciante, riguardante un culto reso non a Dio, ma ad un surrogato di Dio, che è, nelle sue varie gradazioni, l’umanità divinizzata. Le “semplificazioni” bibliche qui lasciano spiazzata la sensibilità di chi vorrebbe sfumare questi macigni ed aprire le possibilità non a due, ma moltiplicarle in modo innumerevole.

La fenomenologia dell’idolatria può variare ma il nucleo teologico rimane il medesimo: o Dio (quello vero) o gli idoli. Oggi questo non è “teologicamente corretto”. La Bibbia non pare avere questi vezzi postmoderni: chiama le cose con il loro nome.

La seconda categoria che aiuta a teologizzare le religioni è la tendenza all’accumulo. Paolo nota una città piena di idoli e ricolma di altari. iL senso religioso sembra agire ammassandone le possibilità, mettendole assieme l’una dopo l’altra. La città è “estremamente religiosa”: vi è una grande quantità di idee, di credenze, di pratiche.. Questa capacità di includere è la logica interna delle religioni.

Un altro aspetto importante all’analisi di Paolo è che la città è piena di oggetti e templi fatti di materiali preziosi che esprimono la religiosità degli ateniesi. I manufatti del culto sono il tentativo di infrangere la trascendenza divina mediante la rappresentazione della stessa e l’identificazione dell’oggetto alla divinità: questo per Paolo non è accettabile. L’alterità di Dio non può essere veicolato attraverso l’oggettistica religiosa pena il suo sostanziale svilimento.

La città trasuda religione, ma, paradossalmente, Atene è avvolta nella più profonda ignoranza. L’altare al Dio sconosciuto è segno dell’incompiutezza delle religioni. Ci sono tanti dei, ma non si conosce Dio. L’istinto religioso, per quanto ingegnoso sia, lascia sempre un altare vuoto.

Così Paolo annuncia ciò che essi non conoscono. Lo stato di ignoranza fa posto all’annuncio dell’Evangelo, perché Dio passa sopra ai tempi dell’ignoranza.

In quinto: l’opera di teologizzazione delle religioni constata anche che il modo di vedere la vita è impregnato di religione, e tutte le religioni esprimono un anelito, la volontà più o meno consapevole di trovare Dio. Non è detto che lo trovino, anzi, cercano sente Dio senza mai trovarlo: è la loro condanna. La ricerca però può essere genuina, e il risultato è comunque negativo. Eppure la ricerca rimane e non deve essere sottovalutata.

Addolcire il discorso è possibile, ma a che prezzo? Oggi parlare di idolatria è un affronto insopportabile per chi privilegia l’inclusione. I giudizi apodittici di Paolo sembrano stare stretti per una teologia che privilegia l’inclusione e il rispetto dei codici di una correttezza religiosa. La vena polemica di Paolo viene abbandonata per un approccio programmaticamente irenico e dialettico. Per questo molto di ciò che oggi è teologia delle religioni è più precisamente una fenomenologia /sociologia delle religioni. Oggi presentare ciò che dice la Bibbia è un macigno inaccettabile. Allora si preferisce rimuovere questo macigno e partire per altri lidi. Paolo, però, non ha questi pudori.

 3.

 Il terzo lato: la necessità di cooperare con le religioni. Il discorso di Paolo non è frutto di manicheismo teologico. Egli, nel suo discorso, individua non solo la possibilità, ma la fattibilità, la giustificazione, la legittimazione teologica di una collaborazione. Come si è visto, Paolo non è disposto ad arretrar di un millimetro il baricentro della sua teologia delle religioni, anche di fronte ad un uditorio sostanzialmente estraneo. Attingendo alla dottrina di Dio, e più precisamente alla dottrina della Creazione e della Provvidenza egli sostiene la comune origine del genere umano ed il governo provvidenziale di Dio sulla storia dei popoli ed anche sulla loro dislocazione geografica. Il Dio sconosciuto che annuncia, non è una divinità come le altre,  è Signore di tutti, in quanto Creatore e Provveditore. Anche le nazioni hanno comune origine creazionale. Tutti sono discendenza di Dio, per il fatto di essere stati creati, e le differenze non intaccheranno mai questo legame. Ciò che affratella i popoli non un ideale umanistico, ma il riconoscimento della creazione di Dio, ricondurre tutti all’unico di Dio. Gli interlocutori di Paolo non sono figli di divinità minori. C’e una matrice comune: essere creati ad immagine e somiglianza di Dio. Tale consapevolezza getta le basi per una convivenza possibile, che valorizza la matrice comune di ogni essere umano.

Questa consapevolezza ha anche una sua risorsa, un suo quadro teologico: la grazia comune. Qui c’è una teologia della provvidenza piuttosto elaborata. Il peccato che ha stravolto la buona creazione di Dio non ha impedito né scalfito la continuazione benevola dell’azione di Dio. Egli continua ad agire facendo il bene, “mandando la pioggia” e stagioni fruttifere, dando cibo in abbondanza e letizia nel cuore. Nella teologia evangelica si usa parlare di “grazia comune”, nel riferirsi a questa dimensione provvidenziale, distinta dalla grazia salvifica, di cui beneficiano i credenti. La prima si estende a tutti, la seconda è un dono speciale in favore degli eletti. La differenza è fondamentale. Paolo annuncia senza reticenze il messaggio dell’Evangelo, la grazia salvifica per coloro che credono, ma pure la grazia comune, terreno su cui si possono trovare  risorse per una proficua collaborazione fra il genere umano. La categoria della grazia comune (patrimonio della teologia evangelica) è lo spazio pubblico teologicamente definito per l’incontro e la convergenza. Una tentazione sarebbe quella di ampliare la grazia salvifica e scadere nell’universalismo di fatto. Questa strada non è evangelicamente sostenibile. Si deve e può parlare di grazia comune che deve essere valorizzata ed approfondita con l’incontro con il diverso. Non si annacquano così le istanze decisionali della grazia salvifica, ma di scoprire e valorizzare ciò che appartiene alla grazia comune. Calvino, Kuyper ecc. ce lo spiegano, ma dobbiamo riscoprirla. Finalità è l’abitazione del mondo.

La proclamazione dell’unità creazionale del genere umano, unita al riconoscimento del governo provvidenziale di Dio nella grazia comune, ha implicazioni vaste: lo scopo di tale richiamo è un mandato che riguarda tutti e responsabilizza tutti, l’abitare sulla faccia della terra. Non vi è nulla di meccanico nell’azione della provvidenza.

Paolo promuove questa convivenza. Il suo messaggio è alternativo, ma permette di trovare spazi comuni di convivenza e collaborazione, senza intaccare minimamente l’unicità dell’Evangelo. Oggi parlare di collaborazione è molto in voga e questo è un dato positivo. Nelle guerre religiose: tutti volevano abitare il mondo, ma senza gli altri. Paolo auspica il contrario: siamo discendenza di Dio per abitare il mondo. Molte iniziative sono state prese per favorire una coesistenza improntata alla pace. Tutto dipende dagli assunti che le muovono. Un assunto sbagliato è che le religioni assolutistiche e particolaristiche siano generatrici di guerra, di esclusione e di violenza. Pertanto, l’assunto procede dicendo che il cristianesimo dovrebbe rivedere le sue pretese per creare quadro inclusivo ed accogliente, in cui tutte le opzioni siano legittimate. Per avere la pace, si afferma, nessuno dovrebbe avanzare rivendicazioni assolutistiche. Alla luce del testo di Atti, letto in modo sapienziale, si possono fare alcune considerazioni critiche.

Innanzitutto l’idea che esista un meccanismo inesorabile che rende una confessione della verità assoluta automaticamente violenta ed oppressiva, pare essere una mistificazione della realtà. E’ vero che nella storia i cristiani si sono macchiati di violenze efferate in nome della loro fede, ma tutt’altra cosa è, sulla base della testimonianza della storia, stabilire che vi sia un determinismo violento e scritto nella confessione della verità, della via e della vita. E’ come dire che vi sia una coazione di violenza impressa nella fede cristiana che professa la verità. La confessione della verità di Gesù, la sola ed unica via al Padre, non produce violenza in sé. L’episodio di Atene dimostra, da parte di Paolo la fermezza evangelistica e la docilità civile e semmai uno zelo sovradimensionato, umano, per una concezione assolutistica della verità che genera interventi coercitivi. A questo rischio, però, sono esposti tutti: aderenti alle religioni, alle ideologie, anche ad altri ideali, quando lo zelo umano viene sovradimensionato, rispetto ad una confessione assolutistica della verità, allora li scatta un meccanismo che genera violenza. La confessione, però, della verità in Cristo, non necessariamente, e l’episodio che stiamo evocando lo conferma. Il problema, dunque, non sono le rivendicazioni assolutistiche del cristianesimo che andrebbero limate per depurarlo dalle incrostazioni violente. Paolo ad Atene predica apertamente un vangelo particolare ed una verità assoluta, che ci piaccia o meno, eppure sulla base della stessa teologia egli ricorda la possibilità di una convivenza virtuosa tra i popoli. Per abitare il mondo non si devono limare le convinzioni non proprio politicamente corrette, si devono, viceversa, valorizzare la comune origine nella creazione, e la grazia comune, come serbatoi sa cui attingere per impostare una collaborazione nel mondo. Senza un’adeguata teologia della grazia comune, entro la quale legittimare la cooperazione, si andranno a scardinare le maglie della grazia salvifica, fino al punto di non poter più rispettare l’esclusività. Lo sbocco inevitabile sarà l’agnosticismo o l’universalismo della salvezza, l’abbandono del particolarismo della grazia, lo svuotamento dello scandalo della croce, l’allargamento surrettizio della porta stretta, la non necessità della decisione per Cristo, la sconfessione progressiva della possibilità della riprovazione. Il tutto appare molto trendy, inclusivo, in linea con una certa mentalità post-moderna, ma pare divergere da questo spunto paradigmatico tratto dall’episodio di Atene.

 4.

La sfida alle religioni. Paolo fa una proposta scomoda per l’ambiente segnatamente pluralista ed avvezzo alla discussione filosofica e religiosa. Il Dio sconosciuto, che Paolo annuncia, non si accontenta di arricchire il Pantheon, ma avanza una pretesa più radicale, è ingombrante e delegittima il Pantheon e non vuole trovarvi spazio. Paolo non solo osserva, ma predica. Non chiacchiera nei salotti buoni di Atene, ma annuncia la Buona Notizia agli ateniesi. Il suo non è un contributo al dibattito, contrariamente alle attese dei suoi uditori, ma un annuncio secco che suscita reazioni immediate. Egli demolisce gli altari, nel rispetto della chiamata dell’Evangelo, per indicare una via per onorare Dio. Dio comanda un annuncio, e questo non postula la superiorità di una religione rispetto all’altra, ma è la notizia di Dio che chiama tutti a ravvedersi. Nessun cristiano si deve sentire al di sopra degli altri esseri umani, o vantare la propria superiorità per il fatto di essere tale. La sfida alle religioni è la sfida di Dio, non di una parte umana rispetto alle altre, e riguarda tutti gli uomini. Pur non essendo proprietà di nessun uomo, l’evangelo ha pretese totalizzanti e planetarie. Esso chiama alla conversione tutti, nessuno escluso. Di fronte ad esso può sentirsi estraneo e legittimato a rimanere ciò che era. Il messaggio della grazia non teme di invadere la privacy religiosa, non ha questo feticcio, ma avoca a sé il diritto di essere la buona notizia universale. L’universalità della missione si sposa alla particolarità. Il vangelo predicato da Paolo ha contenuti che lo rendono singolare. Non corrisponde al buon senso comune, non è il punto di incontro fra le varie tradizioni religiose, non accetta il calderone in cui uno mette ciò che vuole, ma una notizia definita e articolata.

Conclusione

 Nel messaggio breve di Paolo emergono, così, almeno tre aspetti qualificanti:

(1) Distinzione fra Creatore e creatura. Se l’idolatria è la trasposizione della creatura al rango di Creatore, il Vangelo è il messaggio della radicale diversità fra chi ha creato e chi è stato creato, fra chi regge l’universo e chi è situato nel mondo. Le categorie religiose distorte non possono essere corrette, ma devono essere rifondate alla luce di questa distinzione radicale. Dio deve essere riconosciuto come Dio e non una divinità straniera da inserire in una trafila di altari che esistono già.

(2) L’evangelo si caratterizza per la prospettiva del giudizio e per l’urgenza del ravvedimento. Di fronte a Dio si è tuti in una posizione di colpevolezza e si è tutti in attesa del Suo giusto giudizio. Il messaggio di Paolo non vende illusioni, né si attarda in cosucce secondarie. E’ stato fissato un giorno nel quale il mondo sarà giudicato. Questo giudizio è imminente e la necessità di ravvedersi è urgente.

(3) L’Evangelo ha al suo centro la figura di Gesù Cristo. Qui non viene nominato il nome di Gesù, ma il sermone rende ben chiaro che si parla di Lui. Anche il suo uditorio riconoscerà che Paolo parla di Gesù e della risurrezione. Egli è colui che Dio il Padre ha stabilito essere giudice di tutti gli uomini, e la risurrezione è prova della Sua potenza, garanzia della Sua autorevolezza. Si dovranno fare i conti con Lui, che piaccia o non piaccia.

 La sfida alle religioni, la sfida dell’annuncio, non quella della violenza, la sfida della predicazione è sempre attuale, anche se per molti cristiani essa pare un anacronismo. Al contrario questa sfida dell’annuncio è un elemento imprescindibile della missione. Ogni lato del quadrilatero suggerito è a suo modo importante per affrontare il discorso con le altre religioni. Solo chi sa e chi saprà muoversi all’interno del quadrilatero evocato, potrà dirsi in qualche modo continuatore della missione che il Signore risorto ha affidato ai Suoi discepoli.

  (fine)