Per una cultura cristiana
In diverse regioni del globo, la
crescita degli evangelici si attesta su percentuali notevolissime. In
qualche paese si registrano picchi cosi elevati che a realtà evangelica
diventa una delle componenti più considerevoli de paesaggio civile. E
tuttavia, quando si cerca di verificare quale sia il loro impatto a livello
sociale e culturale, Si rimane un po’ sorpresi. Di essi non si sente molto
parlare. Si fa forse qualche riferimento ad essi per qualche grossa
manifestazione evangelistica o qualche scandalo, ma per ii resto si ha
difficoltà a cogliere La loro influenza sul plano culturale. Una domanda
nasce allora spontanea. E’ normale crescere quantitativamente, ma non
influenzare l’ambiente in cui si vive? Si può considerare soddisfacente una
presenza che non riesca ad essere qualitativamente rilevante?
II silenzio è spesso dovuto alla
congiura dei media che s’intestardiscono a considerare notizia solo ciò the
può suscitare emotività. Conosco un’anziana credente che ha già superato
l’ottantina, che ha anche scritto più volte ad uno del salotti televisivi
alla moda suggerendo d’invitare un uomo di cultura evangelico per avere
qualche spunto originale su alcune questioni. Non ha avuto alcun seguito.
Questo è un problema, ma non è l’unico. Sicuramente non ci si può nascondere
dietro ad esso, perché ve ne sono altri.
L’assenza del credenti è molte volte
anche dovuta ai credenti the non sanno fare i conti con la cultura. Qualcuno
è talmente ottuso da bearsi all’idea di essere “estraneo” all’ambiente in
cui vive pur approfittando dei tanti privilegi offerti dal contesto. Come se
l’appartenenza alla chiesa militante equivalesse a quella trionfante. Ci si
avvale con indifferenza dei vantaggi forniti dall’ambiente affermando
comunque La sua condanna.
Questa volontà di sottrarsi all’impatto
con La cultura è un segno preoccupante d’ignoranza, presunzione e, in
definitiva, dell’esistenza di due plani di riflessione. Si tratta di
un’apparente indifferenza, che non ha però molto di evangelico. Si tratta di
una patologia vera e propria.
Altri ancora sono talvolta
semplicemente impresentabili sul piano culturale, impresentabili da non
meritare molta attenzione. In quanto insignificanti, marginali e subalterni
alla cultura dominante, non meritano molta considerazione. La loro presenza
svanirebbe dietro alle altre. Ma è lecito accontentarsi di un quadro del
genere senza porsi interrogativi più profondi sulla realtà stessa delle
fede?
Per quanto concerne l’Italia, si
potrebbe forse affermare che la chiesa manifestava una maggiore identità
culturale proprio quando era più marginalizzata e discriminata. Malgrado
tutto esisteva un progetto globale di vita. Poteva essere un po’ rozzo, ma
aveva una sua forza. Gli evangelici conducevano un’esistenza per certi versi
difficili e anche tremenda, ma erano persone solide e determinate, per nulla
compromesse. Si erano convinti che l’unica esistenza cristiana possibile
fosse quella di vivere come umili impiegati della speranza e, per farlo,
erano pronti ad andare contra mundum. Sapevano ciò che volevano e non
corteggiavano chiunque fosse suscettibile d’offrire loro qualche privilegio.
Oggi riesce difficile scorgere quei
lineamenti netti, massicci e sicuri. La gran parte di essi hanno gli occhi
spenti e le guance cadenti. Si muovono con untuosa tranquillità nel mondo di
tutti. Senza sussulti e senza sogni. L’impressione è che molte delle
attività evangeliche non valichino qualche centinaio o migliaio di persone e
non abbiano un vero impatto culturale. Ci si può rallegrare di ciò? Che ne è
della signoria del Signore che si confessa?
La storia del movimento evangelico in
Italia non ha consentito una riflessione sufficientemente radicale sulla
questione. Per molto tempo, troppo, è stata in dubbio la sopravvivenza
stessa del movimento e si può capire perché essa sia stata sostanzialmente
estranea alla sensibilità dei più. Come per la chiesa primitiva, la distanza
dalla cultura era anche uno dei mezzi più efficaci per proteggersi. Era
forse un metodo grossolano, ma possedeva una sua rispettabilità. Oggi, però,
gran parte del mondo evangelico italiano appare culturalmente subalterno a
quel the esisteva prima delta conversione al cristianesimo. Si era laici, si
rimane sostanzialmente laici; se si era cattolici, si rimane sostanzialmente
tali. Detta in questi termini La cosa può dare fastidio, ma è difficile dire
il contrario. L’annuncio evangelico ha lambito solo di striscio i mondi
culturali con cui è venuto in contatto. Ciò significa che non c’è stata
un’opera di inculturazione della fede abbastanza profonda e duratura. Ma se
non si raggiunge la cultura, non si tocca veramente la persona nella sua
interezza e questo può spiegare perché certe persone rimangano
sostanzialmente divise. Anziché sentirsi parte di un progetto integrale, si
accontentano di un impatto molto superficiale.
Questo fascicolo vuole prendere in
considerazione questo risvolto della testimonianza evangelica. Studi di
teologia ha già di mostrato quanto sia interessata al tema e ha già
cercato d’interagire con questioni all’ordine del giorno per offrire una
prospettiva evangelica. Questa è però un’occasione per interrogarsi in
maniera più esplicita. I cambiamenti culturali in atto impongono con
rinnovato vigore la questione della cultura. I riferimenti classici della
fede stanno subendo spostamenti non piccoli e, davanti alla crescente
impressione d’incertezza, vale la pena chiedersi quale sia la vocazione
cristiana.
La cultura costituisce un fattore di
modellamento de persona molto importante. E’ quest’infrastruttura che fa
filtrare e depositare i valori che si hanno, quella che fissa e radica la
fede secondo un certo tipo di linguaggio. Come tale è un modo di pensare e
vivere che investe tutti gli aspetti dell’esistenza e cioè la conoscenza,
l’arte, l’etica, il costume. Ma in una società Sempre più preoccupata del
presente, il bisogno di un vero progetto per il futuro rimane disatteso.
C’è sete di chi sappia progettare il
futuro, mentre molti “intellettuali” hanno ormai un profilo talmente
decadente da dover cercare sostegno nell’avallo della chiesa cattolica.
Anche questo è un frutto della postmodernità. La mediocrità delle idee, la
caduta delle ideologie, la scomparsa delle utopie, spingono a cercare nella
Chiesa cattolica qualche mito di ripiego o qualche maldestra legittimazione.
Questi tentativi non pagano. La crisi del tempo ha un carattere
squisitamente spirituale e ha, nel contempo, inevitabili ricadute sul plano
culturale.
Gli evangelici hanno forse qualcosa da
offrire che non è semplice ovvietà. In questo mondo stanco, essi hanno la
possibilità di offrire un progetto che merita d’essere ascoltato, qualcosa
cui si potrebbe una volta tanto cedere la parola e con cui varrebbe la pena
instaurare un dialogo.
La rivista cambia veste, non linea.
Siamo grati a Giuseppe De Chirico che ha realizzato il nuovo logo
dell’Istituto IFED. E’ bello sotto lineare la serietà e la freschezza del
servizio coniugando rigore e rinnovamento. Si tratta di una sfida nel senso
più ricco del termine.
Questo numero segna anche tin felice
passaggio di mano. La direzione del rivista passa al Prof. Leonardo De
Chirico. Si tratta di tin avvicendamento che contribuirà ad illustrare la
ricchezza del la visione evangelica che contraddistingue il nostro Istituto.
Auguro al Prof. De Chirico di provare la stessa gioia e passione che mi
hanno accompagnato in questi venticinque anni di servizio. Questi anni hanno
fatto pane di un progetto ricco di stimoli che piacerebbe pensare che i
lettori continueranno a sostenere anche la nuova direzione.
Pietro Bolognesi