Jonathan Edwards
Introduzione a questo numero della Rivista
Jonathan Edwards (1703-1758) è stato definito l'"Agostino americano"
(Richard Niebuhr) o, più semplicemente, ma non meno significativamente,
il "teologo d'America" (Robert Jenson). Prendendo in rassegna i dieci
testimoni più incisivi del pensiero cristiano, uno storico come Alister
McGrath colloca Edwards accanto ai grandi nomi quali Atanasio, Agostino,
Anselmo, Tommaso, Luterò, Zwingli, Calvino, Barth e C.S. Lewis . Se
queste definizioni sono plausibili, e niente fa pensare che non lo
siano, una figura di tali dimensioni non può essere ignorata anche al di
fuori del suo ambiente culturale e storico di provenienza. La sua
importanza travalica il campo della teologia in senso stretto e investe
quello della filosofia e della letteratura, della storia e della
cultura. Il terzo centenario della nascita di Edwards è allora
un'occasione propizia per fare i conti, in via provvisoria ma con
decisione, con questo gigante della teologia evangelica del Settecento.
Studi di teologia ha più volte dedicato dei numeri monografici per
valorizzare la memoria di personaggi, eventi e documenti che hanno
contribuito a forgiare l'identità evangelica nel corso dei secoli ed è
felice di poter contribuire a sottolineare l'importanza anche di questo
centenario.
Proprio il riferimento all'identità permette di introdurre brevemente
la statura di Edwards. Nella sua dimensione storica moderna, l'identità
evangelica è composta da due elementi fondamentali. Da una parte, c'è
l'anima 'riformata' legata alla Riforma del XVI secolo con la sua
riscoperta della teologia dell'evangelo incentrato su Gesù Cristo (solus
Christus), rivelato nella Bibbia (sola Scriptum), donato gratuitamente
per la salvezza (sola grafia), ricevuto per fede (solafide) e che spinge
ad un impegno di vita che illustri la gloria di Dio soltanto (soli Deo
gloria). Dall'altra, c'è l'anima 'risvegliata' legata ai grandi risvegli
a partire dal XVIII secolo con la valorizzazione dell'esperienza della
conversione personale e l'insistenza sulla missionarietà della chiesa
verso un mondo perduto.
Il binomio tra le due anime è imprescindibile per un'identità
evangelica fondata sul piano teologico e dinamica su quello missionario
e culturale. Quando il rigore di un pensiero evangelico sottomesso
integralmente a Cristo è unito alla passione evangelica per Gesù Cristo,
la testimonianza evangelica può conoscere un salto di qualità
considerevole. Le espressioni più alte ed autentiche dell'evangelicalismo
sono il frutto della simbiosi feconda tra i lasciti della Riforma e dei
risvegli. Ecco, Jonathan Edwards è sicuramente un 'riformato', erede del
pensiero biblico riscoperto e valorizzato nel XVI secolo, ma altrettanto
sicuramente è un 'risvegliato', appassionato sostenitore della necessità
della conversione e della pietà cristiana. In lui si trovano intrecciati
in modo fecondo i due elementi del binomio evangelico, forse in uno dei
momenti più intensi che si siano mai verificati nella storia evangelica.
La compenetrazione tra 'riforma' e 'risveglio' è la ragione che permette
al pensiero di Edwards di presentare una vera compattezza tra mente e
cuore, dottrina e cultura, teologia e vita, visione del mondo e azione
che la mette in atto: insomma, un'ortodossia evangelica viva e
palpitante!
Ogni tentativo di lacerare il matrimonio tra 'riforma' e 'risveglio' è
deleterio per l'identità evangelica contemporanea. La 'riforma' senza
'risveglio' rischia di fare andare nella direzione del formalismo e del
razionalismo. D'altra parte, il 'risveglio' senza 'riforma', con le sue
idiosincrasie teologiche, le debolezze dottrinali e i pericoli di
amnesia storica, porta all'evanescenza della testimonianza e al graduale
inglobamento in orientamenti religiosi estranei alla fede evangelica.
Non ci può essere vero 'risveglio' senza una 'riforma' che lo regge
teologicamente, come non può darsi un'autentica 'riforma' che non
produca l'effervescenza del 'risveglio '.
Nel 2001, in vista dell'imminente centenario, una prestigiosa facoltà
di teologia evangelica americana ha organizzato un convegno dal titolo
significativo: "Jonathan Edwards e il futuro dell'evangelicalismo". Il
fuoco dell'iniziativa non era nostalgico, ma progettuale. Non si
trattava di guardare indietro per nutrire il rimpianto, ma d'imparare
dal passato per trovare un nuovo slancio. L'intenzione non era quella di
rispolverare un pezzo d'antiquariato, ma di riflettere su un programma
teologico per l'avvenire. In quest'ottica, il pensiero di Edwards è
stato visto come un materiale importante per la costruzione
dell'identità evangelica nel terzo millennio. Anche in Italia, il
centenario di Jonathan Edwards può essere un'occasione provvidenziale
per il futuro.
Leonardo De Chirico