Il peccato alla prova della modernità
Studi di teologia
Nuova serie
Anno XXXVIII 2026/1
N. 75
Introduzione
Il genere umano non ha mai potuto veramente negare il male da lui commesso, ricevuto e testimoniato, ma ha costantemente cercato di trovare stratagemmi e motivazioni che esulassero dal resoconto biblico, utilizzando griglie interpretative soggettivistiche e riduzionistiche, capaci di attenuare la responsabilità personale e di ricondurre il peccato a mere dinamiche psicologiche, sociali o culturali, svuotandone così la portata morale e teologica.
Anche nel corso della storia del cristianesimo, si è cercato di diluire la realtà del peccato, ora minimizzandola a semplice fragilità umana, ora riducendola a ignoranza da correggere, ora ancora da spostarne il peso dall’uomo alle sole strutture sociali. Così, il pelagianesimo ha negato la propagazione del peccato originale a tutta l’umanità, riducendolo a una serie di atti volontari isolati e rendendo la grazia un semplice ausilio e non una necessità salvifica. Il sacramentalismo cattolico-romano, sviluppato in epoca medievale e figlio del pelagianesimo, ha creato un sistema tale da rendere il problema del peccato gestibile tramite procedure, meriti e indulgenze, oscurando la gratuità della giustificazione e quindi la centralità dell’opera di Cristo. Le varie correnti liberali hanno reinterpretato il peccato come ignoranza, immaturità o disfunzione sociale, eliminando qualsiasi categoria teologica della colpa dinnanzi a Dio. La colpa non è più da attribuire al genere umano, ma al contesto nel quale vive.
La cultura moderna, imperniata di individualismo, sentimentalismo e tecnicismo, preferisce, in linea con le devianze succitate, la narrazione di un essere umano capace di evolversi moralmente e di guarire sé stesso e curare le storture della società. Oggi questa antica resistenza assume forme nuove e sottili. In una società che ha sostituito il linguaggio teologico con quello psicologico, il peccato è tradotto in termini di disagio, trauma, fragilità, dinamiche educative, squilibri sociali e determinismi biologici. Il male non è negato, ma reinterpretato come sintomo o disturbo. Dove la Scrittura parla di colpa nei confronti di Dio, la cultura parla di condizionamento; dove parla di idolatria, si preferisce parlare di dipendenza. Il male è diventato un problema da gestire, non una colpa primariamente da confessare.
Nel nostro contesto, questa difficoltà è accentuata da una doppia eredità: da un lato da una cultura cattolica diffusa, che conserva, ormai in casi sempre più sporadici, la parola “peccato” ma la svuota del senso evangelico, dall’altro la secolarizzazione “soft” che non combatte apertamente Dio, ma lo rende irrilevante. Così, ci si trova in un ambiente dove da una parte si preferisce parlare di difetti e debolezze colmabili con valori e virtù, più che di conversione e santificazione, mentre dall’altra si cede al linguaggio terapeutico, che promette apertura e accoglienza ma non profetizza pentimento e redenzione. Così, la causa viene annichilita portando il genere umano a credere che la soluzione determinante sia cambiare esclusivamente l’esterno anziché fare prima i conti con l’interno (Mc 7,15). Si cercano soluzioni superficiali, momentanee ed effimere, senza andare al nocciolo del problema, cioè un cuore insanabilmente maligno e totalmente colpevole, redimibile esclusivamente per mezzo della salvezza in Gesù Cristo, il giusto (1 Gv 2,1).
In questo quadro, il titolo del fascicolo non suggerisce che la rivelazione debba essere giudicata dal presente, ma che la dottrina evangelica del peccato debba misurarsi con le pressioni culturali che la minimizzano, ma che al contempo, paradossalmente, ne attestano l’irrinunciabilità. Mettere il peccato “alla prova della modernità” non vuol dire quindi rendere il peccato “presentabile” a costo di svuotarlo del suo significato teologico, ma significa continuare a mostrare la sua potenza pervasiva e la necessità imprescindibile di riconoscere la propria colpa e ribellione dinnanzi al proprio Creatore. Solo così si comprenderà che il peccato è in primis una realtà personale e universale di giudizio davanti al Santo e che la grazia non è un semplice aiuto, ma la potenza salvifica di Dio in Cristo, gratuitamente e sovrabbondantemente donata per fede a peccatori incapaci di salvare se stessi.
Sommario
INTRODUZIONE
SAGGI
David F. Wells, “L’impatto della secolarizzazione sulla comprensione del peccato”
Pietro Bolognesi, “Il peccato: la sua rilevanza pastorale”
David Ibrahim, “Il peccato socio-sistemico: la concettualizzazione di Abraham Kuyper, René Padilla e Tim Keller”
STUDIO CRITICO
Alessandro Piccirillo, “Difendere il peccato. Una risposta alle sfide della scienza”
RASSEGNA
Leonardo De Chirico, “Il peccato originale tra ieri e oggi”
SEGNALAZIONI BIBLIOGRAFICHE